Un illustre nemico del fumetto

In un raccontino edificante (I figli a scuola), contenuto nella raccolta La messa dei villeggianti (1959), Mario Soldati indossa i panni del laudator temporis acti. I bambini delle elementari non hanno più l’aria dei soldatini in divisa di una volta, con i loro zaini o tracolle “di cartone e tela cerata” (p. 64), ma sembrano, come i loro colleghi più grandi, “tanti avvocati o procuratori o contabili o commessi viaggiatori, che si affannino a campar la vita sorreggendo le loro pesanti borse colme di pratiche, registri, campionari” (p. 65); bersaglio didattico di un’educazione ‘enciclopedica’ e ‘superficiale’, studiano “di tutto un po’ e di nulla sul serio: ogni cosa in fretta, in furia, senza ordine, senza calma e senza amore” (ibid.); non leggono più il ‘magico’ e ‘poetico’ Giulio Verne, e neanche il pure assai meno impegnativo Emilio Salgari, ma si pascono invece di un genere pervasivo: “Imperano i libretti con i fumetti. Il bambino non deve neanche più fare la fatica di leggere. E l’illustrazione, la rara illustrazione, una per capitolo tutt’al più, sulla quale un tempo noi lungamente fantasticavamo, è ormai ammannita a chilometri di vignette, una vignetta per periodo, una per frase, una per battuta di dialogo. Così che il gusto della favola, che è uno dei princìpi della letteratura, e quindi della cultura umana, si perde, si è già perduto. Le menti dei nostri fanciulli sono regredite a quelle dei villani analfabeti che una volta, nelle fiere, si affollavano ad ammirare le povere immagini di qualche leggenda o fattaccio: un cantastorie le sciorinava loro dinanzi e le sue spiegazioni non erano più sommarie né più rozze di queste dei fumetti” (p. 66). Storie che conosciamo bene.

Dalle origini al Ventennio

Durante il Ventennio, fra il 1936 e il 1939, proprio i più famosi romanzi di Salgari erano stati convertiti in fumetto. Intanto, nell’autunno del ’38, il regime aveva vietato l’importazione di tutti i comics (o funnies) americani, fatta eccezione per Topolino (all’inizio Topo Lino) e Paperino, apparsi nei primi anni Trenta; un brutto colpo per L’Avventuroso (1934-1943), dove si potevano leggere, oltre alle storie disneyane, le appassionanti vicende di Mandrake, di Flash Gordon, dell’Uomo Mascherato.

Il triennio 1934-1937 è l’âge d’or del genere, i cui vari esemplari sono ospitati su settimanali di grande formato e generalmente pluritematici (Il Monello, L’Intrepido, L’Audace, Il Vittorioso, etc.). Tutto era iniziato agli albori del Novecento: fra le “sporadiche tavole dei Katzenjammer Kids, di Foxy Grandpa e di Yellow Kid […] pubblicate nella forma originaria statunitense” (Franco Restaino, Storia del fumetto. Da Yellow Kid ai manga, Torino, Utet, 2004, p. 271), nel 1904, sul Novellino di Yambo (Enrico Novelli), e il 27 dicembre 1908, con l’uscita del primo numero del Corriere dei Piccoli, allegato all’edizione domenicale del Corriere della Sera. Il ‘supplemento illustrato’ del quotidiano di via Solferino, in realtà, aveva piuttosto i connotati di un racconto per immagini e testi, come si usava allora: rese orbe dei diseducativi balloons degli originali americani le une, consistenti di didascalie – in forma di accoppiate di ottonari rimati; ad abbatterle ovunque, per la prima volta, L’Avventuroso – gli altri: ‘1. “Bianco e rosso e tondolino / oh che amore di bambino! // 2. Dice Mimmo a Mammoletta: – “Or facciamo una burletta. // 3. Imbottisco come va / i calzoni di papà.” (27 dicembre 1908, anno I, num. 1); “1. Starò fuori un mese, e porto / via la chiave del mio orto, – / dice Franz – ma è caldo assai / e purtroppo i miei rosai, // 2. che nessun più avrà innaffiati, / troverò certo seccati… / Il rimedio al triste caso / già sa Moritz che ha buon naso” (9 luglio 1911, anno III, num. 28).

Fumetto, per ‘nuvoletta’, si era affacciato timidamente nella dizionaristica all’inizio degli anni Quaranta; non molti anni più tardi avrebbe indicato anche il ‘racconto’ e il ‘genere’, via via sostituendo le varie locuzioni adoperate fino a quel momento (come storie e storielle figurate o a quadretti, composte a loro volta di tavole a quadretti). La parola, in realtà, circolava già nel decennio precedente. Il suo probabile inventore, Antonio Rubino, aveva così intitolato un interessante articolo: Parliamo un poco di noi. Che cosa sono i ‘Fumetti’ (Paperino e altre avventure, num. 29, 14 luglio 1938). Il resto alla prossima puntata.

di Massimo Arcangeli, Sandro Mariani