Le coperture del Jobs Act non bastavano. Così, la Ragioneria generale dello Stato ha dovuto racimolare altri 200 milioni di euro. E se neanche questa toppa sarà sufficiente, a pagare saranno imprenditori e lavoratori autonomi, chiamati a versare un “contributo di solidarietà“. L’ultima, amara novità della riforma del lavoro arriva dal decreto sul riordino dei contratti, approvato in via preliminare dal Consiglio dei ministri del 20 febbraio e, dopo un’attesa lunga un mese e mezzo, finalmente approdato giovedì 9 aprile alle commissioni Lavoro di Camera e Senato che dovranno esprimere i propri pareri. Alla voce “copertura finanziaria e clausola di salvaguardia”, il documento prevede che, nel caso si verifichino “effetti finanziari negativi” rispetto ai calcoli della Ragioneria, il ministero dell’Economia varerà un decreto per introdurre “un contributo aggiuntivo di solidarietà a favore delle gestioni previdenziali a carico dei datori di lavoro del settore privato e dei lavoratori autonomi”. L’ennesima clausola di salvaguardia, insomma. Una trovata che ha fatto sobbalzare pure Il Sole 24 Ore: in un fondo di prima pagina intitolato Oltre la decenza, Renzi intervenga il vicedirettore del quotidiano di Confindustria, Fabrizio Forquet, scrive che “sembra una boutade, uno sketch di Crozza. E invece qualcuno lo ha scritto davvero nel decreto legislativo sui contratti. Bisognerebbe pretendere il nome di cotanto genio”.

Il governo ci mette di 202 milioni in più. Ma per il Tesoro non è detto che bastino – Il fatto è che i tecnici del Tesoro temono gli effetti sui conti pubblici degli articoli del Jobs Act che intendono favorire il passaggio da co.co.pro. a tempo indeterminato. La Ragioneria è convinta che questa norma possa determinare un flusso di 20mila persone in più rispetto ai precedenti calcoli verso il contratto a tutele crescenti. E questo significa che serviranno nuove risorse per finanziare l’esonero contributivo, previsto dalla legge di Stabilità, per chi assume a tempo indeterminato nel 2015. Perciò sono stati stanziati altri 202 milioni di euro in cinque anni: nel dettaglio 16 milioni di euro per il 2015, 58 per il 2016, 67 per il 2017, 53 per il 2018 e 8 per il 2019. Le risorse arriveranno dal fondo per la riforma degli ammortizzatori sociali, pari a 2,2 miliardi all’anno, istituito presso il ministero del Lavoro. Ma se non bastassero, ecco pronta a scattare la salvaguardia con annesso contributo di solidarietà. Di portata per altro ancora sconosciuta, visto che la percentuale dell’eventuale prelievo aggiuntivo non viene specificata.

Il “pizzino” della Boschi ai presidenti delle Commissioni: “Approvate in fretta” – Un pasticcio, quello sui conti del Jobs Act, che ha bloccato il decreto per ben 50 giorni. “Se uno va di fretta, rischia di scoprire dopo che i decreti non funzionano – aveva commentato Cesare Damiano, presidente della commissione Lavoro della Camera – Nella scrittura dei testi, noto alcune ingenuità e superficialità. Forse varrebbe la pena di fare lavori più accurati”. Eppure, nonostante l’irritazione per i ritardi dell’esecutivo, il ministro Maria Elena Boschi ha messo fretta ai presidenti delle commissioni parlamentari, lasciando loro un messaggio in allegato al decreto trasmesso alle Camere. “In considerazione della particolare importanza attribuita dal governo al provvedimento, – scrive la titolare delle Riforme – le segnalo l’urgenza dell’esame da parte delle competenti commissioni parlamentari pur se privo del parere della Conferenza Stato-Regioni, che mi riservo di trasmettere non appena sarà acquisito”. Un’impazienza forse giustificata anche dagli ultimi dati Inps sui rapporti di lavoro a tempo indeterminato attivati nei primi due mesi del 2015: rispetto allo stesso periodo del 2014 sono stati attivati solo 13 contratti in più. A dispetto degli sgravi contributivi introdotti dalla legge di Stabilità.

E nel decreto sui nuovi ammortizzatori la “salvaguardia” è sulla pelle dei disoccupati – E dire che non è la prima volta che uno scontro tra Ragioneria e governo fa incagliare un decreto del Jobs Act prima dell’approdo in Parlamento. Anche il testo sui nuovi ammortizzatori sociali si era bloccato per un problema di coperture. In quel caso, l’esecutivo aveva dovuto accettare un compromesso: nel 2017 la Naspi, la nuova indennità di disoccupazione, durerà non più 24 mesi ma solo 18. Inoltre, già da quest’anno il sussidio andrà a calare progressivamente del 3% al mese dal quarto mese di fruizione, e non più dal quinto. Il governo si è impegnato a trovare nuove risorse, pari a 300-400 milioni, per evitare l’accorciamento della Naspi tra due anni. Ma finora la promessa rimane sulla carta, in attesa dei fatti.