Se fosse un libro, probabilmente sarebbe “Pollyanna” di Eleanor Porter. Se fosse un film “Ogni maledetta domenica” di Oliver Stone. Se fosse una storia, quella dove c’è la primavera che arriva dopo un periodo di vento freddo e pioggia. Se fosse la vita vera invece, sarebbe uno che ha promesso rose e fiori e poi ci è rimasto in mezzo. E’ questa la narrativa, o per dirla con un termine alla moda lo “storytelling”, di Matteo Renzi e del suo renzianesimo. A studiarlo, intervista dopo intervista, è stata la professoressa Sofia Ventura dell’Università di Bologna con il libro “Renzi & Co. Il racconto dell’era nuova” (Rubbettino Editore). E il risultato è semplice: il presidente del Consiglio (primo in comunicazione, primo in Twitter e primo in annunci) ha scelto dal giorno del suo insediamento di raccontare una favola che ora però comincia a zoppicare. E la colpa è solo della realtà.

Nella storia che ci racconta Renzi c’è un solo protagonista: lui. Lui arriva, lui prende il potere perché proprio altro non poteva fare, lui e sempre lui, si prende sulle spalle la responsabilità dell’impresa. Al suo fianco una sola dama protettrice dell’incanto: Maria Elena Boschi. Poi molti comprimari, come li chiama Ventura: da quelli più estranei al suo mondo come Guerini e Delrio, fino ai soldatini del calibro della Serracchiani e di Lotti. Contro, naturalmente i “gufi”. Che sono vecchi e stantii, che sono cattivi come solo un brutto mostro prima di andare a letto. “Se ce la facciamo ha vinto l’Italia, se no ho perso io”, ha detto Renzi nella conferenza stampa di Natale a dicembre 2014. E come racconta Ventura, in quella frase c’è tutto un mondo spiegato: il leader Pd mentre si assume la responsabilità dice anche che la sua vittoria coincide con quella dell’Italia. In poche parole: lui sarebbe l’Italia.cop

Il presidente del Consiglio è quello che nel libro viene definito un “celebrity politician”. Abile a presentarsi come un personaggio dello star system, sa trasformare gli eventi politici in eventi mediatici. I suoi parlano su Corriere e Repubblica, ma anche su Vanity Fair e Oggi. Perché no?, pensa Renzi. Se non è pop parlare a nuovi elettori, che cos’altro lo è? La sua rivoluzione, tra i meriti che Ventura gli riconosce, è quella di aver “rotto con la cultura tradizionale di gran parte della sinistra”. Un modo di comunicare più volte criticato come “provinciale o semplicemente berlusconiano”, ma che secondo la professoressa è molto simile a quello utilizzato nelle altre democrazie europee. In testa Renzi ha il potere e il successo. Quindi mentre fa credere di essere come Pollyanna che distribuisce gioia nella famiglia triste e cupa della zia arcigna, lui si crede di essere in realtà Al Pacino nel film “Ogni maledetta domenica”. Allenatore con la pancetta in un campo di periferia a cui in pochi credono e che ce la farà proprio perché vincere partendo come quello che è dato per sconfitto vale il doppio. E’ tutta una mistica che racconta Ventura nei dettagli. “Pas simplement quand je me rase”, è la risposta che, si ricorda nel libro, ha dato Sarkozy quando nel 2003 gli hanno chiesto quando pensasse al potere. Da vero leader ci pensa sempre, ogni qualvolta c’è da pensare. E così è Matteo Renzi, tutto in quell’immagine: il sognatore di scalate dell’Italia.

Però c’è stato un prima e un dopo nel bel racconto del presidente del Consiglio che tutto può. C’è stato un prima quando la favola per alcuni poteva anche avere un senso. Sono passate le settimane e i mesi e a tutte quelle belle parole corrispondevano sempre meno fatti. E lì lo storytelling ha cominciato a funzionare meno. “L’affievolirsi dell’efficacia della comunicazione renziana”, scrive Ventura, “risiede molto probabilmente nel difficile rapporto tra narrazione e realtà”. C’è una divaricazione tra concretezza dei risultati e parole che comincia a farsi sentire: “Si rivela poco permeabile alla realtà”. Ma il vero problema è che Matteo Renzi sa di essere prigioniero della storia che ha costruito e sembra incapace di venire fuori da quella che ormai è una gabbia.

In questa lotta per tenere accesa una fiamma in balia dei venti, rientra il rapporto con l’informazione. Il presidente del Consiglio si fa le domande e si dà le risposte in conferenze stampa che sembrano sketch piovuti dal teatro dell’impossibile. E nelle tante interviste ogni volta che compare la domanda sbagliata lui sposta il focus per tornare sulle frequenze della sua storia. “Poco è meglio che niente”, è la cantilena che si sente in sottofondo. Lo dice lui, ma anche Maria Elena Boschi, che fedele va in televisione a proteggere il focolare. Così e solo soltanto così andavano fatte le cose, ripete come un mantra. Forse all’inzio ha anche funzionato, ora, dice Ventura, “la realtà impietosa è in agguato”.