Per capire meglio il fenomeno della corruzione in Italia basta andare a pagina 148 del libro di Raffaele Cantone e Gianluca Di Feo, “Il Male Italiano”, appena pubblicato da Rizzoli. Il presidente dell’Anticorruzione (Anac) racconta al giornalista dell’Espresso che all’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici “abbiamo trovato dirigenti alla guida di uffici con un solo dipendente”; “su un organico di 333 persone i dirigenti erano 48, più altri cinque a contratto annuale”; “senza contare che lo staff del presidente e dei consiglieri era composto da ben venti addetti e che ogni consigliere aveva preso dall’esterno, con contratto a tempo determinato, una persona di fiducia”. Nessuna mazzetta, per carità, ma se questo era l’andazzo nell’organismo che doveva assicurare la correttezza della gare d’appalto, il resto viene da sé. “Erano sprechi e spese inutili che abbiamo prontamente eliminato”, spiega Cantone (l’autorità di vigilanza è in corso di assorbimento da parte dell’Anac).

Il momento in cui si compie il reato di corruzione – è questo il cuore del Cantone pensiero nell’intervista a Di Feo – è solo l’ultimo passaggio di un effetto cascata che parte dal “complesso sistema del malaffare italiano”: clientelismo politico, cricche, mancanza di trasparenza e di controlli, e più in generale da un clima culturale che accetta il sistema delle mazzette, il “così fan tutti” condiviso da poltici, burocrati, imprenditori, manager. Come dimostrano le carte di Expo, Mose, Mafia capitale e altre inchieste, ampiamente citate nel libro.

La mafia non si combatte solo con la polizia e i tribunali, ma anche con la mobilitazione pubblica, insegnavano Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa… Su quell’onda è nato in Italia un ampio movimento antimafia, che negli ultimi anni si è esteso al Nord, toccato dalle inchieste sulla ‘ndrangheta. Con la corruzione sta succedendo qualcosa di simile. Nel libro, Cantone rivendica – anche di fronte alle critiche dei colleghi, proprio come Falcone e Borsellino – la scelta di scrivere libri e andare “a parlare di legalità nei convegni o nelle scuole”. Perché oltre alla repressione e alla prevenzione, sottolinea, “è indispensabile una presa di coscienza della pericolosità del male, del danno che crea a tutti i cittadini, una vera rivoluzione culturale“.

Non a caso Cantone, che di questa nascente rivoluzione culturale è oggettivamente un simbolo – vedremo chi sarà il primo ad accusarlo di “protagonismo” – proviene dalla trincea dell’antimafia, in particolare contro la camorra casalese. E non a caso una delle prime campagne anticorruzione in Italia, Riparte il futuro, è stata lanciata da Libera, la rete antimafia fondata da don Ciotti. Perché, si chiede il magistrato, abbiamo una legislazione esemplare contro la criminalità organizzata e fatichiamo così tanto a fare lo stesso contro “il” male italiano?

Forse qualcosa sta cambiando se nei vent’anni successivi all’avvio dell’inchiesta Mani pulite la politica ha fatto leggi studiate per ostacolare le indagini e i processi anticorruzione – Cantone e Di Feo citano in particolare la ex Cirielli sulla prescrizione, ma non solo – mentre in questi giorni il Senato ha dato il via libera – pur fra palesi mal di pancia – a una legge che prevede aumenti di pena e ripristina il falso in bilancio.

Non serve arrivare all’inchiesta penale (o addirittura alla sentenza di Cassazione, come sentiamo ripetere nei talk show) per cogliere e denunciare il malaffare. In Italia le opere pubbliche costano circa il 40% in più del dovuto, afferma Cantone citando uno studio, “una mega tassa per tutti i cittadini”. Esempi, la metropolitana C di Roma, il cui costo è “già aumentato di 700 milioni di euro”, e l’Alta velocità ferroviaria tra Brescia e Verona “arrivata alla cifra mostruosa di 70 milioni per chilometro”. E persino quando le inchieste giudiziarie ci sono, i funzionari dell’Anac – l’autorità ha potere di commissariare singoli appalti viziati da illeciti – sono accolti come rompiscatole, racconta il magistrato  proposito del caso Expo. Poi ci sono “le persone già giudicate colpevoli che restano al loro posto nei partiti, nelle aziende e persino nella pubblica amministrazione”; i “processi contro i colletti bianchi che si prolungano all’infinito”; il “buio assoluto” sulle fondazioni create dagli uomini di partito; le società miste, “ibridi” che con la scusa del “mercato” fanno il possibile per sfuggire ai controlli previsti per il pubbico. Tutto a norma di (o in assenza di) legge, tutti potenziali tasselli del “complesso sistema del malaffare”.

Matteo Renzi porta come un fiore all’occhiello la nomina di Cantone alla presidenza dell’Anac. Il racconto di come è nata – esilarante, in certi passaggi – la dice però lunga su come la “nuova” politica approcci il problema. In sintesi, racconta Cantone, succede così. Una sera l’allora premier Enrico Letta è ospite da Fabio Fazio a Che tempo che fa, su Raitre, e lo scrittore Roberto Saviano gli rimprovera di aver fatto poco o nulla contro la mafia. Letta sfodera l’asso nella manica: Raffaele Cantone, il noto magistrato anticamorra, e Nicola  Gratteri, collega impegnato sul fronte della ‘ndrangheta, si occuperanno di criminalità organizzata per conto del governo. Peccato che Cantone, in quel momento allo stadio con il figlio ad assistere a Napoli-Inter, non ne sappia assolutamente nulla. Apprenderà poi che si era trattato di un’uscita “estemporanea” di Letta di fronte all’attacco di Saviano. La commissione, almeno, partirà davvero. Tempo dopo, sulla poltrona di Fazio si trova il neopremier Renzi. Anche in questo caso, criticato su legalità e lotta alla mafia, Renzi annuncia di voler rivivificare l’Anac e di volerla affidare a Cantone. Il quale, tanto per cambiare, non ne sa nulla. Ma almeno questa volta è davanti alla tv e può scrivere un sms al premier, che aveva incontrato in precedenza in occasioni pubbliche: “Scusa, ma di che si tratta?”.

“Il male italiano. Liberarsi della corruzione per cambiare il Paese”, di Raffaele Cantone e Gianluca Di Feo (Rizzoli, 195 pagine, euro 17,50)