Spendere meglio senza tagliare le quantità di beni e servizi acquistati dalla pubblica amministrazione. Con un risparmio per le casse dello Stato compreso fra 1,14 e 3,2 miliardi nel triennio 2014-2016. La cura che Carlo Cottarelli, ex commissario alla spending review, ha consigliato un anno fa al governo Renzi avrebbe cambiato radicalmente le modalità di acquisto dell’amministrazione centrale, degli enti locali, del servizio sanitario nazionale e degli altri enti pubblici. Come? In due mosse. Innanzitutto sfruttando l’accorpamento della spesa attraverso “soggetti aggregatori”, in pratica gruppi di acquisto in cui rientrano centrali di committenza nazionali e regionali, consorzi di enti locali, aree vaste, Comuni metropolitani. La creazione di questi soggetti è diventata legge a gennaio, ma l’obbligo di concentrare gli acquisti è slittato al primo settembre grazie al Milleproroghe. In seconda battuta costringendo la pubblica amministrazione a usare l’e-procurement, cioè l’acquisto di merci e servizi per via telematica.

Secondo il rapporto dell’ex commissario questi due stratagemmi, sviluppati all’interno di un più ampio piano di controllo dei processi di spesa, sarebbero stati capaci di ridimensionare subito gli acquisti fatti dalle Regioni da un minimo di 162 a un massimo di 486 milioni nel triennio 2014-2016. Avrebbero ridotto i costi per beni e servizi degli enti locali e dal servizio sanitario nazionale da un minimo di 450 milioni a un massimo di 1,135 miliardi e quelli della pubblica amministrazione centrale da un minimo di 170 milioni a un massimo di 510. Nel dossier affidato al governo, Cottarelli spiega che basta incrementare la quantità di spesa effettuata dai gruppi di acquisto della pubblica amministrazione per spuntare prezzi migliori rispetto a quelli ottenuti con singole commesse. E aggiunge che è anche necessario allineare i contratti per telefonia, energia e gas sottoscritti dai diversi rami della pubblica amministrazione per risparmiare sulle bollette fino a 370 milioni nel 2014 (più altri 147 milioni nel 2015).

Qualche esempio può forse aiutare ad intuire la capillarità dell’intervento previsto dalla cura Cottarelli per gli enti locali. Nel 2014, ad esempio, il Piemonte “aggregava” il 23% della spesa regionale. Secondo le proiezioni di Cottarelli, se la quota fosse salita al 35% nel 2015, le casse pubbliche avrebbero risparmiato quest’anno fino a 39 milioni con un abbattimento dei costi di acquisto del 15 per cento. Le economie sarebbero poi lievitate fino a 49 milioni nel 2016 grazie al 50% di spesa aggregata, per arrivare a regime a 32 milioni di risparmi con il 60% degli acquisti effettuato congiuntamente ad altri rami della pubblica amministrazione. La situazione non è diversa da Nord a Sud: nella Regione Puglia la spesa aggregata per beni e servizi rappresentava nel 2014 appena l’1% del totale (1,788 miliardi). Se la percentuale fosse salita al 10% nel 2015, le casse pubbliche avrebbero risparmiato circa 24 milioni. Il risparmio sarebbe poi salito ancora a 35 milioni con il 30% di spesa aggregata per arrivare a 80 milioni a regime.

Numeri interessanti per il governo in un momento in cui la coperta è decisamente corta. Ma per poter centrare gli obiettivi di risparmio, Cottarelli fissa cinque precise “precondizioni”. L’ex commissario ritiene che sia innanzitutto necessaria l’istituzione di un tavolo tecnico permanente per gli acquisti di beni e servizi che sarà chiamato a stilare un “piano di intervento a livello nazionale” sulla base delle indicazioni fornite dalla pubblica amministrazione. Il tavolo è stato creato a gennaio: è sotto il coordinamento del Tesoro con componenti di Anticorruzione, Anci, Upi, un delegato regionale, un rappresentante della Presidenza del Consiglio e una rappresentanza dei soggetti aggregatori, che, come previsto da Cottarelli, devono essere registrati in un apposito neonato albo. Ma non è ancora operativo.

Nelle idee del superconsulente venuto da Washington il gruppo di esperti, che potrà decidere di affidare singole gare ai soggetti aggregatori, dovrà identificare gli obiettivi di risparmio e monitorare i risultati raggiunti. In secondo luogo, Cottarelli giudica essenziale obbligare i diversi rami della Pubblica amministrazione ad effettuare una programmazione triennale del fabbisogno con un piano di gare su dodici mesi. A questo punto, in un arco di tempo limitato, i soggetti aggregatori potranno presentare al tavolo tecnico il loro piano aggregato finalizzato a mettere insieme gli acquisti di una stessa area geografica e contenere la spesa. E’ prevista la possibilità di “varianti” al piano gare, ma solo sulla base di un’autorizzazione ad hoc senza la quale la pubblica amministrazione richiedente non potrà emanare il bando. Il rapporto introduce poi il rafforzamento degli obblighi per gli enti locali nell’utilizzo delle centrali di committenza via Consip o Centrali di acquisti territoriali e l’uso di sistemi telematici di negoziazione che consentono la massima trasparenza e garantiscono i migliori prezzi di acquisto. “La gestione telematica delle diverse fasi del processo di acquisto (dalla raccolta dei fabbisogni all’analisi di mercato, alla scelta del contraente fino all’ordine, all’archiviazione ed eventuale pagamento) può portare significativi risparmi sia di prezzo unitario che la Commissione Europea stima fra il 5 e il 20 per cento”, si legge nella bozza di documento. Che suggerisce al governo di rafforzare e potenziare i soggetti aggregatori la cui nascita dovrà essere obbligatoria. Pena la nomina di commissario ad acta e a favore dei quali potranno esserci specifici finanziamenti.

Solo se le cinque “precondizioni” si realizzeranno, allora gli obiettivi di riduzione della spesa pubblica saranno a portata di mano. Certo bisognerà far funzionare le centrali e il tavolo tecnico, fissare i target per la spesa aggregata, controllarne il raggiungimento, verificare i contratti delle bollette e tagliare anche le spese spese superflue come i 125 milioni di acquisti di giornali. Tutti tasselli che sulla carta Renzi ha realizzato senza però ancora renderli operativi. Forse anche perché il progetto di Cottarelli segna una netta inversione di tendenza nella gestione della spesa della Pubblica Amministrazione. Taglia i legami con un passato di ampia autonomia che ha fatto registrare differenze consistenti nell’acquisto di beni e servizi non solo da un capo all’altro del Paese, ma anche fra i diversi rami della Pubblica amministrazione sia a livello nazionale che locale. Un cambiamento, che politicamente non è facile far digerire.