Lo scorso dicembre si era parlato di ferite compatibili con una caduta. Ma all’inchiesta sulla di morte di Marco Pantani si aggiunge un nuovo atto quello in cui si ipotizza anche la possibilità di un suicidio. “L’evidenza dell’assunzione di quantità importanti” di uno dei farmaci “poco prima della morte rende assai verosimile, a nostro avviso, una volontà autosoppressiva di Marco Pantani nell’assunzione dei farmaci, pur non potendosi escludere del tutto un clamoroso errore in un incongruo tentativo di automedicazione“.

È quanto mette nero su bianco nella relazione conclusiva, come riporta il Corriere Romagna, il consulente tossicologico Franco Tagliaro, incaricato dalla Procura di Rimini e autorizzato a ripetere gli esami sui campioni di sangue e urina conservati in laboratorio per fare chiarezza sulle cause del decesso del Pirata, avvenuto il 14 febbraio 2004 in un residence della città romagnola. I pm di Rimini hanno riaperto le indagini la scorsa estate per omicidi dopo un esposto della famiglia.

Pantani, secondo il perito, volle probabilmente farla finita: già intossicato dall’abuso di un antidepressivo, poco prima di morire avrebbe svuotato un altro flacone di farmaci e sarebbe deceduto comunque, indipendentemente dalla forte assunzione di cocaina. Dalla concentrazione dei metaboliti, il professor Tagliaro evince – come già anticipato nelle scorse settimane – come causa principale del decesso un sovradosaggio di antidepressivi, ma elabora scientificamente “un’ipotesi motivata sulle modalità della morte”.

Il perito conferma poi “la peraltro elevata concentrazione di cocaina nel sangue” come una “circostanza sostanzialmente occasionale”: “la morte sarebbe intervenuta verosimilmente anche in assenza di cocaina”, ma aggiunge che “l’assunzione di cocaina in quantità importantissime ha verosimilmente avuto un ruolo devastante nel manifestarsi e nello svilupparsi della sindrome depressiva e nella ‘compliance’ alla terapia farmacologica di Pantani”. Il perito ritiene la ‘trimipramina‘, indicata per contrastare la depressione, correlata o meno alla cocaina ma aggiunge che “i pazienti devono essere attentamente controllati essendo presente il rischio di suicidio“.

Per il tossicologo “i pazienti (o chi si prende cura di loro) dovrebbero essere avvertiti della necessità di monitorare e di riportare immediatamente al proprio medico l’insorgenza di comportamenti o pensieri suicidiari”. I pm hanno raccolto anche la testimonianza anche di Renato Vallanzasca che in carcere ricevette la confidenza di un detenuto 4-5 giorni prima che il campione fosse fermato nel 1999. La Procura sta predisponendo la richiesta di archiviazione della nuova inchiesta ma la famiglia ha già annunciato l’intenzione di opporsi a questa decisione.