L’immigrazione al contrario è un fenomeno in rapida espansione in Italia. E sta ridisegnando l’orizzonte socioeconomico, levando la speranza in chi proviene da contesti storicamente più critici. I numeri parlano da soli. I primi a tornare a casa sono i rumeni: oltre 35.500 rimpatri dal 2008 al 2012. Al secondo e terzo posto, scorrendo la classifica dell’Istat, troviamo i polacchi (con 6.369 partenze) e i marocchini (6.299).

“Sono arrivata a Roma nel 2001 perché lo stipendio era il doppio – racconta Wioletta Rozczypala, 42 anni, dalla città di Siedlce, nel nord est della Polonia -. Ci sono rimasta per undici anni, fino a dicembre 2012. Io e mio marito avevamo capito che non c’era futuro per gli stranieri, né per i giovani. Abbiamo un figlio di tre anni, è anche per lui che siano tornati indietro. L’Italia è bellissima ma la gente è ancora diffidente verso gli stranieri, pensa che possano fare solo gli operai o gli addetti alle pulizie. Un amico medico è scappato via, non trovava un posto. Anche molte infermiere. Io mi sono laureata in filologia polacca. A Roma insegnavo all’ambasciata del mio Paese, mio marito faceva il pittore. La ditta per cui lavorava poi è fallita. Insieme portavamo a casa 2500 euro al mese. A Siedlce abbiamo aperto un ristorante e ne guadagniamo quattro mila. A tempo perso faccio la traduttrice per gli imprenditori italiani che investono qui. Abbiamo una casa di proprietà e stiamo per comprare la seconda”. Quello che più l’ha spaventata da noi è “il mercato nero degli affitti e nelle aziende – spiega. In Polonia se non paghi le tasse dopo un mese ti scoprono”.

“L’Italia è bellissima ma la gente è ancora diffidente verso gli stranieri, pensa che possano fare solo gli operai o gli addetti alle pulizie”

Nordin Baqili ha 35 anni, è venuto in Italia quando ne aveva otto, e da gennaio 2014 vive vicino a Casablanca. “L’Italia è il mio paese – esordisce -. Ho ancora la residenza a Pinerolo, in provincia di Torino, e la casa lì. Ma non potevo più andare avanti. Per 15 anni ho avuto una falegnameria con tre dipendenti. Ho dovuto chiudere perché i clienti erano in ritardo coi pagamenti, le banche fanno fatica a darti credito e le tasse ti strozzano”. È partito da solo, lasciando genitori, fratelli e cugini qui. Ora abita nella casa dei suoi in Marocco e sta imparando l’arabo. “In un anno mi sono sposato, ho avuto un figlio, e ho trovato lavoro come dipendente in una falegnameria. Il piano è aprire entro un anno un’azienda mia, perché qui ci sono molti incentivi, di portare mia moglie e il bimbo a Pinerolo, perché la qualità della vita è migliore da voi, e io farei su e giù da Casablanca”. Una volta era l’opposto: gli immigrati facevano fortuna in Italia e avevano la famiglia nel Paese di origine.

“Per 15 anni ho avuto una falegnameria a Pinerolo con tre dipendenti. Ho dovuto chiudere perché i clienti erano in ritardo coi pagamenti, le banche fanno fatica a darti credito e le tasse ti strozzano”

L’Albania, a più di vent’anni dal primo grande esodo, ha aperto la porta a seimila ex emigrati. La Cina è la quinta meta di ritorno (5.731). Le sue prospettive di crescita nel 2015 rallentano (il pil è al livello più basso da 24 anni), ma restano comunque invidiabili. “C’è più dinamismo, per questo ho approfittato di un’offerta di lavoro qui”: Chen Renzong, 27 anni, lavora a Shenzhen, nella punta meridionale della Repubblica popolare cinese, per un’azienda italiana che si occupa di tubi marini per l’estrazione del petrolio. Si era trasferito ad Ascoli Piceno quando aveva dieci anni, poi ha frequentato la facoltà di Ingegneria meccanica al Politecnico di Milano. “Mia madre è stata la prima a venire in Italia e la prima a lasciarla nel 2009. Lei e mio padre avevano una fabbrica di jeans, ma poi è diventato sempre più difficile fare business. Ne hanno aperta una vicino a Qingtian, lungo la costa orientale, esportano jeans per i coreani”. A Chen mancano le colline ascolane. “Sento di avere due case, ma la Cina la conosco a malapena”.

“In Cina c’è più dinamismo, per questo ho approfittato di un’offerta di lavoro qui”

A dire addio all’Italia, in sesta posizione ci sono i tedeschi (con 5.067 rientri), seguiti dagli ucraini (5.027). Silke Roesh ha prenotato un volo da Milano a Berlino il 3 marzo. Ha 32 anni e molla un posto al Goethe institute, l’istituto di cultura tedesca. “Ho lavorato qui due anni, mi sono occupata di progetti formativi per studenti e insegnanti. In Germania prima di partire facevo la professoressa di tedesco al liceo. Mi manca questo mestiere”. Silke ha fatto più di un soggiorno in Italia. “La prima volta a Bologna per l’Erasmus. La seconda sempre a Milano, per uno stage al Goethe institute e un lavoro in una galleria d’arte. Amo il vostro Stato – conclude – ma non è facile fare l’insegnante qui, ti tocca un precariato di anni. In Germania è diverso, al massimo fai un anno di supplenza, poi ti assumono a tempo indeterminato. A me lo hanno già promesso a settembre. Lo stipendio è molto più alto, 2300 euro, però devi insegnare due materie, in tutto 26 ore alla settimana”.

“Amo il vostro Stato, ma non è facile fare l’insegnante qui, ti tocca un precariato di anni. In Germania è diverso”

Nadia ha un figlio che sta combattendo sul fronte orientale dell’Ucraina. Un altro che ha un negozio vicino a Leopoli, nella parte occidentale, dov’è tornata a vivere anche lei dal 2012. “Ho raggiunto Napoli nel 2002 a bordo di un pullman turistico. Ho finto di fare una vacanza ma volevo rimanere in Italia. Dovevo aiutare la mia famiglia. In Ucraina lavoravo in un laboratorio di analisi in ospedale, mio marito era farmacista, ma mi creda, si faceva la fame”. Dopo sei mesi a Napoli, Nadia si è spostata a Mantova. “Ho sempre fatto la badante, ho cambiato quattro famiglie, per 800 euro al mese. Per 12 anni ho visto mio marito e miei figli una volta l’anno. Con i soldi che spedivo uno di loro si è preso un appartamento. Oggi bado ai miei tre nipotini”. È rimasta in ottimi rapporti con gli italiani. “Mi chiamano spesso, mi chiedono se ho bisogno di una mano”.

“Ho fatto la badante e per 12 anni ho visto mio marito e miei figli una volta l’anno. Ora sono tornata a casa e mi occupo dei miei nipoti”

La lista dei primi dieci popoli in fuga dal Belpaese si chiude con indiani (3.701), moldavi (3.164) e bengalesi (3.051). Singh Nishan ormai da cinque anni si è ritirato nel Punjab, lo stato a nord-ovest dell’India. “Coltiva riso e granoturco nei terreni che erano di mio nonno e prima ancora del mio bisnonno – spiega suo figlio Dalgit, 28 anni, operatore turistico per un’agenzia di viaggi in Italia, che è venuto a far visita ai genitori -. Mio padre non si ricorda bene l’italiano. Ha 58 anni, ne ha passati una quindicina nella provincia di Brescia, dove vivo ancora io. Ha fatto l’operaio in una fabbrica di plastica, mia mamma invece casalinga”. Anche gli zii hanno preferito abbandonare il sogno italiano: “Uno è andato a Londra, l’altro in Canada. Quasi tutti gli indiani vanno in questi paesi, oltre che in Germania. Così le donne possono parlare inglese e trovare lavoro”.