Il problema della responsabilità civile dei giudici comporta scelte di vera e propria civiltà, essendo in gioco il rispetto della libertà dei magistrati contro le intimidazioni di questo o quel soggetto che voglia difendersi non tanto “nel” ma “dal” processo. Una volta funzionavano bene, al riguardo, le leggi ad personam. Oggi abbiamo la nuova disciplina della responsabilità, che apre praterie sconfinate alle azioni di disturbo o di rappresaglia di chi non accetta la giurisdizione. Ma in un modo o nell’altro sono sempre – appunto – questioni di civiltà. Che in quanto tali non si possono ridurre in pillole propagandistiche a colpi di slogan e tweet. Tanto più se abbondano frasi fatte o ipocrisia. Tipo: la giustizia sarà meno ingiusta; i cittadini saranno più tutelati; finalmente chi sbaglia paga.  
Purtroppo, oggi come oggi la giustizia è già strutturalmente ingiusta. Una decina di anni fa, in epoca “non sospetta”, non ancora influenzata dalle polemiche sulla responsabilità, scrivevamo (Lettera ad un cittadino che non crede nella giustizia, Caselli-Pepino, Laterza 2005) che il nostro sistema penale si caratterizza ormai per la compresenza di due distinti codici. Uno per i “galantuomini”, le persone giudicate “per bene” comunque e a prescindere, in base al censo e alla condizione socio-politica: per loro vige di fatto un sistema pensato per misurare il tempo occorrente a che la prescrizione cancelli i processi, così da favorire la richiesta dei “potenti” di essere sciolti dalle regole. E un altro codice per cittadini “qualunque”, capace pur sempre – anche se con molte differenze – di segnare la vita e i corpi delle persone.  
Ora, la nuova disciplina della responsabilità, nel momento in cui elimina ogni filtro dell’azione civile (invece di affinare e perfezionare quelli esistenti), offre ancor più opportunità di intorbidare le acque processuali alle parti economicamente forti, cioè proprio ai “galantuomini” che già godono di una situazione privilegiata. E sono opportunità non da poco, perché si consente l’azione sia per “violazione della legge” sia per “travisamento del fatto e delle prove”, che sono formule incerte (tali anche a fronte ad aggettivi come “macroscopico” o “evidente”, più che altro squilli di tromba che fanno rumore ma non sciolgono i nodi): formule sufficientemente equivoche perché soggetti processuali spregiudicati e senza scrupoli, assistiti da avvocati agguerriti e perciò costosi, scatenino un vero e proprio fuoco di sbarramento contro i giudici per loro “scomodi”. Tutto il contrario, in definitiva, di una giustizia meno ingiusta e di una maggior tutela per i cittadini. A guadagnarci , ancora una volta, saranno solo i “galantuomini”.  
Se l’azione civile contro il giudice sarà la regola o comunque potrà essere massicciamente esercitata in maniera temeraria a scopo intimidatorio, non si sbaglia di certo ad ipotizzare che molti magistrati saranno portati a scegliere le iniziative e le opzioni interpretative meno rischiose, vale a dire che diverranno più insicuri e paurosi in generale e nei confronti dei soggetti processuali “forti” in particolare. Il che significa che privilegeranno una lettura burocratica del proprio ruolo, perché la nuova legge a questo li spinge se vogliono ripararsi dalla tempesta delle cause strumentali ormai senza argini. Col paradosso che si tratta di una direzione tutt’affatto contraria a quella indicata dal capo dello Stato nel suo discorso di martedì alla scuola di formazione dei magistrati, là dove (citando Calamandrei) ha detto che in democrazia il pericolo maggiore per i giudici “è quello dell’assuefazione, dell’indifferenza burocratica, dell’irresponsabilità anonima”.  
E non è questo l’unico paradosso, se si pensa che i magistrati più incattiviti per la riforma (che avrebbero voluto scioperare subito per protesta) sono quelli che fanno capo alla “corrente” di fatto guidata da un magistrato prestato al governo come… sottosegretario alla Giustizia! Quanto allo slogan “chi sbaglia paga” va bene per uno spot, ma non regge a un’analisi seria. Il punto non è certamente se pagare o meno, ma “come” pagare e per “quali” sbagli. Cioè pagare sì, non ci piove, ma senza compromettere l’indipendenza dei magistrati, come invece inesorabilmente avverrà con la nuova legge. Posto infine che tale indipendenza non è un patrimonio della casta dei giudici (figuriamoci, altro slogan…), ma dei cittadini tutti, perché altrimenti non si potrebbe neppure sperare in una giustizia più giusta, almeno tendenzialmente uguale per tutti.
Il Fatto Quotidiano, 28 febbraio 2015