Reduce da numerose fiere e appuntamenti vinicoli mi convinco sempre di più che l’assaggio seriale ai banchetti serva soprattutto a farsi un’idea delle annate e delle tipologie e a riempire la memoria dello smartphone (o dell’app vivino) di fotografie di etichette, ma che sia inadatto per per capire e amare un vino. Per questo ci vuole sempre più tempo, una bottiglia, un pasto e magari un convivio. Metodo con cui ho scoperto tre bellissimi rossi lontani da riflettori, guide e chiaccchiere altisonanti.

Costa della Sesia Rossa 2010 Colombera

La storia enologica dell’alto Piemonte è una di quelle per cui vale sempre la pena spendere qualche riga. Da grande polmone viticolo un secolo fa a zona industriale durante il boom, si è trasformato nell’ultimo decennio abbondante in un’oasi di piccoli avamposti romantici dove si producono vini sinceri e austeri. Ogni scoperta ha un implicito valore letterario, come quella della famiglia Colombera che imbottiglia da un decennio e si è fatta notare soprattutto per uno dei Bramaterra migliori sul mercato. Ultimamente ho avuto modo di assaggiare il loro splendido Costa della Sesia Rossa (dominanza nebbiolo + croatina e vespolina, annata 2010): vino di grande precisione e pulizia, succoso e snello, dalla beva travolgente e dal tannino elegante. Tra i migliori rossi provati da molto tempo, con un rapporto qualità/prezzo eccellente.

Victoret Gabriella Minuzzo

Rimaniamo in zona anche se sconfiniano in Valle D’Aosta, regione dalla produzione piccola quanto varia e dalla grande potenzialità per ricchezza di autoctoni (bianchi e rossi) e bottiglie di grande livello. Il Victoret della Minuzzo ne è una lampante dimostrazione: esce con la semplice dicitura “vino rosso” da tavola, ma è un rosso di grande bellezza e fragranza. Sin dalla etichetta si è spaesati e si comincia il toto vitigno: la zona e il profilo chiamano Mayolet. Eppure il carattere ha anche qualcosa del nebbiolo, nonostante sia altamente improbabile ce ne sia. Il profilo è sottile e ricco, un vino piccolo e vero che riempie la bocca e si fa bere con piacere.

Cirò Cataldo Calabretta 2012

Dall’estremo nord all’estremo sud senza sentire estreme differenze nel bicchiere, a conferma dell’eleganza del Cirò, rosso dalle grandi potenzialità, con una rinascita in mano a una serie di cantine che vengono dallo sfuso. Differentemente dalle altre due cantinte conosco Cataldo Calabretta da un paio di anni: il Cirò è il loro vino di punta, ma necessita di un po’ di tempo. A ribere oggi il 2012, provato per la prima esattamente un anno fa, si scopre un rosso più profondo ed equilibrato, con un tannino molto più fine. Il frutto è intenso e il sorso vibrante, il finale lungo e salmastro. Per legittimare il valore della tipologia si tende sempre a paragonarlo al nebbiolo, eppure questa bottiglia a mio parere ha più una verve da sangiovese di razza. Quisquiglie.