L’ennesima perdita, da record, del Monte dei Paschi di Siena, è un problema anche dello Stato. Non solo teorico, ma pure pratico, visto che per effetto dei conti 2014 annunciati mercoledì che hanno evidenziato un rosso monstre da 5,3 miliardi di euro, a luglio il ministero del Tesoro sarà costretto a diventare azionista dell’istituto. Lo prevede il contratto siglato nel 2012 dal governo Monti (ministro dell’Economia Vittorio Grilli) per l’erogazione degli aiuti di Stato alla banca tramite i cosiddetti Monti bond emessi dall’istituto e comprati dal Tesoro. In base all’accordo, in caso di perdite da parte della banca il pagamento degli interessi (243 milioni di euro) al titolare dei bond, cioè appunto lo Stato, deve essere effettuato in azioni dello stesso istituto. Il contratto prevedeva altresì che per i primi due anni l’ostacolo sarebbe stato aggirato grazie all’emissione di nuovi titoli di debito sempre a carico del Tesoro. Una clausola per altro che all’epoca era stata molto criticata, visto che in pratica non avrebbe fatto altro che aumentare i debiti e le spese del Monte, ma anche l’esposizione dello Stato sull’istituto.

Insomma, la classica toppa che ha allargato il buco posticipando soltanto il momento della verità. Quello in cui, appunto, lo Stato italiano tornerà ad essere azionista di una banca, per di più in condizioni di salute che lasciano a desiderare. Tanto più che sulle sorti dell’istituto pende ancora il giudizio della Bce che il prossimo 18 febbraio dovrà esprimersi definitivamente sul piano di salvataggio della banca. Per la quale sembra sempre più obbligata la strada dell’aggregazione o della fusione di Mps con altri istituti. Lo sa bene anche il governo che a gennaio ha varato in fretta e furia la riforma delle popolari, il cui esito non secondario avrebbe dovuto essere quello di una nuova ondata di matrimoni tra banche. Bisognerà però vedere se il decreto andrà in porto, vista la levata di scudi generale. Quello che è certo, al momento, è che la partecipazione pubblica nel Montepaschi si aggirerà intorno al 10% del capitale, mettendo quindi il Tesoro in testa all’azionariato di Siena. Tuttavia in vista del prossimo aumento di capitale da 3 miliardi che l’istituto effettuerà nel secondo trimestre, la quota si dovrebbe diluire a meno della metà. Una situazione che ha rassicurato il mercato, con il titolo Mps che in scia alla notizia è volato del 13 per cento a 0,48 euro.

E per un socio che entra, ce n’è un altro che potrebbe uscire di scena. Da Siena il sindaco Bruno Valentini dopo ad aver riconosciuto che oggi Mps non potrà più essere “un polo aggregante” nell’ambito di una nuova ondata di fusioni bancarie, ha chiesto chiede alla Fondazione Mps e al suo presidente Marcello Clarich di puntare alla difesa del patrimonio dell’Ente, anche senza aderire all’aumento di capitale della banca e a “lavorare affinchè la direzione generale di Mps resti a Siena”. Il primo cittadino, poi,  pur riconoscendo i guasti della passata gestione di Rocca Salimbeni, ha parlato della “grande responsabilità” delle Autorità di Vigilanza che, “per la seconda volta, non sono riuscite a garantire e controllare i processi” dell’istituto. Dopo non aver fermato l’acquisto di Antonveneta a quei prezzi, secondo Valentini Banca d’Italia “non ha saputo far combaciare il piano di ristrutturazione concordato con la Commissione europea con il piano di Vigilanza di competenza della Bce”. Cosa quest’ultima che, sempre secondo il sindaco, ha obbligato Profumo e Viola a rincorrere e modificare continuamente il piano, fino alla totale “pulizia” fatta con il bilancio presentato mercoledì.