Il decreto attuativo della delega fiscale sull’abuso di diritto, quello che contiene anche la norma nota come “salva Berlusconi” – quella sulla non punibilità dell’evasione fiscale se le somme sottratte al fisco non superano il 3% dell’imponibile dichiarato – non andrà in Consiglio dei ministri il 20 febbraio ma slitterà “più in là di marzo”, probabilmente a maggio. Contrariamente a quanto annunciato dal premier Matteo Renzi e confermato dieci giorni fa dal ministro Maria Elena Boschi. Insomma: archiviata l’elezione del presidente della Repubblica e la rottura del “patto del Nazareno” tra Pd e Forza Italia, il governo prende tempo in attesa di decidere come superare l’impasse che si è creato sul testo presentato il 24 dicembre e finito nella bufera all’inizio di gennaio. E improvvisamente intervenire sulle norme fiscali non è più così urgente come Renzi pensava un anno fa, quando – annunciando il cronoprogramma con una riforma al mese – prometteva quella del fisco “a maggio”. Né come il presidente del Consiglio sosteneva a maggio, bollando (davanti a una platea di imprenditori e commercianti nella sede della Camera di Commercio di Milano) come “non pensabile” il fisco italiano e garantendo: “Lo ripenseremo”. Poco dopo, l’1 giugno, dal palco del Festival dell’Economia di Trento, il presidente del Partito democratico attaccava: “Il fisco dev’essere una cosa semplice e invece in Italia abbiamo destagionalizzato il lavoro dei commercialisti. Ma il meccanismo di cambiamento è appena cominciato”. Nuova puntata il 7 giugno, quando, allargando lo sguardo, Renzi individuava proprio nel fisco “una grande questione che riguarda la sinistra: non possiamo dire in Italia nel 2014 di essere il partito che dice che le tasse sono bellissime. Perché il sistema fiscale in Italia è quanto di più assurdo, farraginoso e devastante che sia immaginabile”.

Il 29 dicembre il decreto era “pietra miliare” – Salto in avanti, vigilia di Natale. Renzi presenta il decreto appena varato, che tra l’altro definisce per la prima volta la fattispecie della “elusione fiscale” escludendone la rilevanza penale. E rivendica: “Dare certezza fiscale è una cosa molto importante”. Garantendo che grazie alla “chiarezza delle regole e alle sanzioni inasprite per chi evade” sarebbe stato possibile ribaltare il rapporto tra fisco e contribuenti e non vedere “più il pubblico come un nemico”, riducendo “allo stesso tempo la pressione burocratica”. Pochi giorni dopo, il 29 dicembre, durante la conferenza stampa di fine anno, il leader del Pd riaccende l’attenzione sul tema bacchettando i giornalisti, rei di non parlare abbastanza di “un decreto sul fisco che è una pietra miliare“. Poi scoppia il putiferio, il caso della “manina” che ha inserito nel testo l’articolo 19 bis con la famigerata soglia del 3%. Renzi si prende la colpa, ma la versione ufficiale resta (siamo al 6 gennaio) che il contenuto del decreto è sacrosanto e utile per tutti gli italiani: “Il fatto che ci siano adeguate soglie di punibilità penali – il colpevole paga lo stesso, tutto, fino all’ultimo euro ma con sanzioni amministrative e non penali – e che si rispetti il principio di proporzionalità è sacrosanto”. E ancora il 9 gennaio, a Otto e mezzo, Renzi riassume: “Il fisco in Italia non funziona da 30 anni, fa schifo, e lo cambierò. Non mi interessa Silvio Berlusconi, mi interessano gli italiani”. Tre settimane dopo tocca alla Boschi, a L’Arena, difendere il decreto. Sostenendo che “non è una norma pensata per salvare l’ex Cavaliere, ma riguarda 60 milioni di italiani” e del resto “in Francia hanno una norma uguale, con una soglia più alta, non del 3% ma del 10% di non punibilità”. Salvo che non è vero, perché Oltralpe l’evasione è sempre considerata reato quando supera la cifra di 153 euro.

Delega fiscale verso la proroga: ora il governo vuole sei mesi in più – A ufficializzare lo slittamento è stato, in audizione alla commissione Finanze della Camera, il viceministro dell’Economia Luigi Casero, che ha detto che sul tavolo del governo in quella data ci saranno “misure per le imprese e lo sviluppo, per attrarre capitali dall’estero” e solo “in un secondo scaglione norme su contenzioso, accertamento e sanzioni“, compresa la riforma dei reati tributari. Per la quale l’esecutivo si avvia anzi a chiedere una proroga di sei mesi sull’attuale scadenza della delega, prevista per il 27 marzo. Tre mesi se li prenderà l’esecutivo per presentare i provvedimenti, altri tre serviranno alle Camere per dare l’ok. La decisione, però, sarà esplicitata solo dopo il 20, per non dare a Bruxelles, che sta ancora ultimando l’esame della legge di Stabilità, l’impressione di un rallentamento nell’attuazione della riforma fiscale. “Questo – ha sostenuto Casero – ci permetterà di avere a disposizione i tempi maggiori possibili per dialogare con il Parlamento e con il Paese su questi temi, che sono complessi, e speriamo che un periodo più lungo ci possa permettere di arrivare a un provvedimento il più condiviso possibile”.

Il nodo economico: con quelle norme 16 miliardi in meno per le casse del fisco – Il nodo è politico, visto che dietro il rinvio molti intravedono la volontà di tenere sulla corda il leader di Forza Italia. E la minoranza Pd attende l’esecutivo al varco: Stefano Fassina parla di “segnale negativo” di cui “non si capisce il senso” visto che “sul piano tecnico il provvedimento è pronto” e non per niente sostiene di “rifiutarsi di pensare che il governo lo usi per condizionare” Berlusconi. Ma il versante economico non è da meno e riguarda anche gli altri contenuti del decreto: basti pensare al fatto, emerso nei giorni scorsi, che lo stop al raddoppio dei termini di contestazione per i reati tributari impedirebbe agli ispettori del fisco di contestare l’evasione agli italiani che compaiono nella lista Falciani, che riguarda depositi effettuati tra il 2006 e il 2009. E l’impatto in termini di mancati incassi per l’Erario sono già stati messi in luce da un rapporto dell’Agenzia delle Entrate: almeno 16 miliardi di euro in meno per effetto del combinato disposto di non punibilità delle false fatture sotto i mille euro e delle operazioni simulate che “hanno dato luogo ad effettivi flussi finanziari annotati nelle scritture contabili obbligatorie”.

Il Cdm del 20 svuotato. Ma rispunta il ruling per attirare i fonti stranieri – A questo punto, gli unici decreti legislativi di attuazione della delega che verranno esaminati il 20 riguarderanno giochi, fatturazione elettronica, catastofiscalità internazionale e ruling fiscale, cioè accordi preventivi tra aziende multinazionali e le Entrate. Il governo intende quindi recuperare l’idea del “congelamento” delle norme fiscali per chi realizza grandi investimenti in Italia. Un patto finalizzato a ingolosire i fondi di investimento stranieri rendendo la Penisola più attrattiva per i capitali mediorientali e cinesi e i fondi pensione statunitensi. Non senza rischi, considerato che non è stata ancora stilata la lista dei gruppi strategici che per la loro particolare rilevanza devono restare in mano pubblica.

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