Il patto del Nazareno è quasi un divorzio. L’intesa Renzi-Berlusconi – che ha compiuto da poco un anno – non supera l’ultimo ostacolo. L’elezione di Sergio Mattarella a presidente della Repubblica lascia cicatrici. Forza Italia è squassata e provoca la rottura. “Il patto non è più vincolante” recita il documento finale dell’ufficio di presidenza perché il metodo per l’elezione del capo dello Stato è stato “inaccettabile” e la scelta “unilaterale”. Il Pd non aspetta molto a rispondere: “Se il patto del Nazareno è finito, meglio così” dichiara la vicesegretaria Debora Serracchiani. “Contenti loro, contenti tutti” aggiunge il sottosegretario a Palazzo Chigi Luca Lotti. “Al referendum gli italiani decideranno se stare con noi o con Toti e Brunetta” sintetizza la Bonafè. “Credo che oggi non si sia rotto il patto del Nazareno, se mai si è rotta Forza Italia” dice il ministro Maria Elena Boschi.  Il peso da dare alle dichiarazioni di queste ore si può interpretare dai toni, inediti per l’ultimo anno di rapporti tra Pd e Forza Italia. “Stando ai numeri che abbiamo espresso in Senato io non starei così sereno. Forza Italia è stata più volte determinante” provoca Giovanni Toti. “Abbiamo già avuto modo di apprezzare le qualità di Toti nella gestione dei numeri al momento dell’elezione del Presidente della Repubblica” risponde Francesco Bonifazi, tesoriere del Pd.

E’ subito scontro Fi-Pd in conferenza capigruppo e su Milleproroghe
Ma gli effetti nei lavori parlamentari si vedono già. Sulla calendarizzazione del ddl Boschi sulle riforme, alla Camera, i capigruppo di Fi e Pd Renato Brunetta e Roberto Speranza hanno ingaggiato un duello alla fine del quale l’ha spuntata il democratico: si voterà da martedì 10 a sabato 14. “Si sceglie di violentare il Parlamento – protesta Brunetta – il che è inaccettabile”. A replicare è stato il ministro per le Riforme Boschi: “Brunetta non sa che gli italiani, quelli che hanno la fortuna di avere un lavoro, lavorano cinque giorni a settimana, dal lunedì al venerdì”. Brunetta controreplica (non rinuncia mai) dando al ministro della “battutara”. Ma la rottura dell’intesa Fi-Pd sul riassetto istituzionale si riflette anche sul resto dei lavori parlamentari. “Il clima è cambiato” dicono i berlusconiani. In commissione, per il decreto Milleproroghe, in 4 ore si sono votati pochissimi emendamenti per i continui interventi dei parlamentari azzurri: “E’ l’antipasto di quello che può accadere in Aula con le riforme, visto che abbiamo ancora a disposizione 6-7 ore” spiega il capogruppo in commissione Bilancio Rocco Palese.

Brunetta: “C’era nome condiviso, Renzi ha violato accordi”
Mentre il governo sta per mettere mano alla norma detta “Salva Berlusconi” che si trova all’interno del decreto fiscale, Forza Italia continua a far ricadere la rottura dell’accordo sulla mancata intesa per il Quirinale, come se il nome del capo dello Stato dovesse essere condiviso da contratto, o meglio da patto del Nazareno.

A Speranza risponde Brunetta che per la prima volta in modo esplicito parla di un nome condiviso: “La reazione di Speranza fa sorgere una certezza: Renzi non ha informato il suo capogruppo che il nome condiviso c’era, ed era quello di un fondatore del Pd. Poi ha violato l’accordo. Le riforme in mano a un leader sleale fanno paura a chi ama la democrazia”. Un identikit che sembra riferirsi a Giuliano Amato che in effetti era stata la richiesta di Forza Italia in fase di consultazioni nella sede del Pd nei giorni precedenti alle votazioni del Parlamento in seduta comune, ma che non era mai parso essere il nome preferito di Renzi. Anzi: la sera stessa Lorenzo Guerini aveva finalmente tolto il velo di segretezza: “Si parte da Mattarella e si arriva a Mattarella” aveva detto. A smentire la ricostruzione di Brunetta è ancora la Boschi: “Non c’è mai stato nessun accordo sul nome del presidente della Repubblica con Fi: l’accordo riguardava solo  le riforme. I nomi con Fi non sono stati fatti: il Pd si è assunto la responsabilità di fare la proposta di Mattarella ma con metodo chiaro, trasparente”.

Primo effetto alla Camera, lite su ddl Boschi
Difficile capire se sia più la frantumazione di Forza Italia a provocare la caduta del patto del Nazareno o il patto del Nazareno la ragione della guerra civile interna tra i berlusconiani. Di certo Berlusconi si è trovato davanti al malumore di larga parte del partito. Lo ha reso esplicito Raffaele Fitto che ha inserito l’intesa tra il segretario del Pd e l’ex Cavaliere tra gli “errori clamorosi”, i capi d’imputazione per i quali tutti i vertici del partito devono essere azzerati. Berlusconi non gli ha dato retta, ha respinto le dimissioni dei dirigenti e dei capigruppo Renato Brunetta e Paolo Romani, ma evidentemente ha dato il via ai primi effetti di questa rottura. In conferenza dei capigruppo, a Montecitorio, si è verificato un lungo braccio di ferro tra lo stesso Brunetta e il collega del Pd Roberto Speranza per la calendarizzazione del ddl Boschi sulle riforme istituzionali. 

Renzi aveva detto: “Non mi faccio ricattare”
Dopo un paio di giorni di dichiarazioni diplomatiche anche Renzi aveva cominciato a cambiare atteggiamento nella giornata del 3 febbraio, dopo l’insediamento di Mattarella sul Colle. “Qualche stratega dice a Berlusconi: ‘Le riforme servono per ricattare Renzi’. A me non mi ricattano, con me cascano male” aveva detto il capo del governo a Porta a Porta. “Berlusconi le riforme vuole farle o no? Deve decidere se sono cose buone per il Paese o invece una schifezza, come dice Brunetta. Dovrebbe metterci il cappello…”. Ma già in mattinata era stato Giovanni Toti a far capire che l’aria è cambiata: “Lavoriamo per il bene del Paese ma d’ora in poi non ci sentiremo vincolati a un impegno che consideravamo quasi sacrale e voteremo ciò che riteniamo utile”.

Serracchiani: “Senza B arrivare al 2018 è meglio”
Così hanno cominciato a cantare i cannoni renziani: senza vincoli “la strada delle riforme sarà più semplice. Arrivare al 2018 senza Brunetta e Berlusconi per noi è molto meglio” dichiara la vicesegretaria Debora Serracchiani. “Contenti loro, contenti tutti – aggiunge Simona Bonafè, europarlamentare campionessa di preferenze – Berlusconi rinuncia a incidere sul futuro del paese, problema tutto suo e dei suoi illuminati strateghi. Faremo le riforme e ci vedremo al referendum: gli italiani decideranno se stare con noi o con Toti e Brunetta”. 

Boschi: “Se ci ripensano siamo qui”
Niente per convincere Forza Italia e infatti la nota che esce dall’ufficio di presidenza di Palazzo Grazioli fa cadere ogni diplomazia. “Nel prosieguo del cammino di approvazione delle leggi di riforma che fino ad oggi ci hanno visto impegnati in un sostegno generalizzato” vedrà Forza Italia “libera di valutare quanto proposto di volta in volta, senza alcun vincolo politico derivante dagli accordi che hanno fin qui guidato, nello spirito e negli obiettivi, un percorso comune e condiviso che oggi è stato fatto venir meno dalla nostra controparte”. Il ministro Boschi fa pesare di nuovo che il problema è tutto dei berlusconiani: “Le riforme vanno avanti, le abbiamo appena calendarizzate alla Camera dove abbiamo una ampia maggioranza. Se poi Forza Italia ci ripensa, siamo qui”. Di certo c’è che ora Ncd si sente importante: “Per noi non è una buona notizia” la fine del patto, dice Angelino Alfano al Tg3. “Speriamo nel riaggancio da parte di Fi al treno delle riforme.In tutti i casi noi ci siamo e sarà determinante l’appoggio di Ndc e Udc”.

La minoranza Pd ci prova: “Ora cambiamo Italicum”
Il patto sembra davvero morto e qui dentro si inserisce la minoranza Pd. Stefano Fassina si rallegra, Gianni Cuperlo ci prova: “Se non c’è patto del Nazareno non mi vesto a lutto – afferma al Tg3 – Spero che adesso il Parlamento sia messo nella condizione di discutere davvero nel merito delle riforme, iniziando soprattutto dai capilista bloccati” dell’Italicum. Anche a Cuperlo è la Boschi a rispondere: “Al Senato è stata votata una legge elettorale che funziona: il Pd l’ha votata in direzione, i nostri deputati e senatori l’hanno votata in Parlamento. Cambiarla significherebbe bloccare tutto e noi le cose le vogliamo fare, non rinviare. Al Senato abbiamo accolto molte delle richieste di modifica. Non possiamo permetterci di tornare indietro perché significherebbe affossare tutto e non farebbe bene al Paese”.