Assia Djebar, in quell’islamismo radicale che oggi tanto sconvolge, era completamente immersa. Eppure in 50 anni di romanzi, sceneggiature, film e riflessioni su quel macigno storico e culturale, la Djebar, scomparsa la notte scorsa a Parigi all’età di 78 anni, da donna, da algerina, da femminista, e da anticolonialista riuscì a crearci un poema infinito, suadente e penetrante, musicale e magmatico, tumultuoso ed affascinante, lungo 14 romanzi (in Italia pubblicati da Giunti e Il Saggiatore) in 50 anni di carriera.

Nata Fatima-Zohra Imalayan il 4 agosto del 1936 nel sobborgo costiero di Cherchell, vicino al porto di Algeri, quando decise di esordire nel 1957 come scrittrice con il libro La Sete adottò un nom de plume che poi le rimase per il resto della vita: Assia Djebar. Timorosa della punizione paterna e delle leggi di un patriarcato onnipresente e regolatore dimostrò subito di che pasta fosse fatta: quel libro e quello immediatamente successivo – Le Impazienti (1958) – erano romanzi provocatori le cui protagoniste, vere e proprie eroine femministe, sfidavano i divieti imposti dalla società algerina alla condizione della donna.

La Djebar aveva subito compreso che la partita dell’emancipazione femminile, intersecatasi in quegli anni con un’altra “guerra”, quella del popolo algerino contro il colonialismo francese, passava attraverso il corpo delle donne: “Per tutte, giovani o vecchie, in clausura o mezze-emancipate, la lingua resta quella del loro corpo: quel corpo che gli occhi dei maschi chiedono sia invisibile, finché non riescono a incarcerarlo coprendolo interamente; quel corpo in trance, danzante, che si adatta alla speranza e alla disperazione; quel corpo ribelle, in grado di leggere e scrivere, in cerca di qualche spiaggia sconosciuta come meta del suo messaggio d’amore”, spiegò con una prosa armonica la scrittrice algerina.

Perché lei, mentre le cugine pensavano a mettersi il velo, imparava il francese e andava al liceo: nel 1955 va a Parigi, dove è la prima donna ammessa all’École Normale Supérieure de Sèvres. E nel ’58 è a Tunisi dove da un giornale locale denuncia il dramma dei rifugiati algerini. L’esordio letterario si intreccia poi con la guerra di liberazione algerina. Nello stesso anno sposa Ahmed Ould-Rouïs, membro della Resistenza Algerina, dal quale divorzia per poi sposare nel 1980 il poeta Malek Alloula.

Nel 1962 è ad Algeri dopo la dichiarazione d’indipendenza algerina. Insegna Storia del Nord Africa presso la Facoltà di Lettere poi nel 1977 ecco l’esordio dietro la macchina da presa con La Nouba des femmes du Mont Chenoua, film in bianco e nero che vince il Premio Internazionale della Critica al Festival di Venezia nel 1979, dove si narra la vicenda di una donna che decide di tornare sulle montagne berbere del suo paese natale alla ricerca delle “Madri” che parteciparono alla guerra d’indipendenza algerina per ritrovare i suoni della “memoria strappata”.

Con le recrudescenze dell’oscurantismo islamico che fa irruzione in Algeria negli anni ottanta, la Djebar si allontana definitivamente dal suo paese natale per trasferirsi negli Usa, in Louisiana, poi a Parigi, e ancora a New York: ironia della sorte proprio pochi giorni prima degli attentati dell’11 settembre 2001: “Quella mattina ero lì, a dieci minuti a piedi dalle Torri Gemelle, chiusa nel mio appartamento, senza televisione. (…) La mia prima impressione è stata che il dramma che avevo conosciuto in Algeria negli anni della violenza integralista fosse sotto i miei occhi in una versione più spettacolare”, spiegò la Djebar.

“La cosa che più mi ha colpito, nei giorni successivi, sono state le fotografie dei dispersi appese dappertutto e, a partire dal quarto giorno, la disperazione dei parenti che capivano che non avrebbero più avuto indietro neppure i loro corpi. È stato allora che ho deciso di chiamare il romanzo che avevo appena finito La donna senza sepoltura”. Djebar è, infine, stata la prima donna di origine araba a far parte dell’Accademia di Francia nel 2006. “E’ una fortuna essere uno scrittore, perché la scrittura – e questo me lo prometto ogni giorno interiormente – deve essere risparmiata dal sangue e dall’oscurità della violenza”, disse in un’intervista a Giovanna Taviani. “Ancor di più oggi mi rendo conto che il compito della scrittura letteraria è proprio questo: lavorare su se stessi, sulla propria memoria, sul ritorno o sul non-ritorno”.