Torna sulla scena politica, e ai massimi livelli, una personalità cattolica – fortemente cattolica dal punto di vista della fede e della cultura – mentre sono ormai naufragati i tentativi di ricreare un partito confessionale e in una fase cui papa Francesco ha sancito che il Vaticano non vuole assolutamente più muovere pedine nella politica italiana. Perché tocca alla Cei interloquire con le istituzioni della Repubblica. È un evento degno di attenzione, non senza cogliere i due paradossi che lo caratterizzano.  

Il primo è che al suo “capolavoro” (l’elezione di Mattarella) il king-maker Matteo Renzi è stato costretto. Sospinto quasi fisicamente a cercare una personalità dal profilo alto e non manovrabile in seguito al rifiuto dei suoi interlocutori politici di accettare ciò che nei mesi passati aveva in mente: un “tecnico” o qualche altra invenzione, magari ammantata dalla retorica di un nome femminile. Il che dimostra che con Renzi si può trattare soltanto da posizioni di fermezza (come è accaduto con il rinnovo della Corte costituzionale e del Consiglio superiore della magistratura, quando in Parlamento vennero rimandate al mittente proposte inadeguate. Idem, quando Napolitano gli ha impedito di procedere a nomine inconsistenti per la carica di ministro degli Esteri poi ricoperta da Gentiloni).

Il secondo paradosso è che sin dalle prime sue parole Sergio Mattarella ha evidenziato che cosa sia sul serio la tradizione cattolica democratica e sociale, mostrando in controluce le debolezze culturali che contrassegnano l’agire del presidente del Consiglio. A fronte di un premier, che per paura di sporcare la sua immagine di “vincente” fugge sistematicamente dal disagio sociale – si tratti dell’alluvione di Genova o dei tumulti razzisti di Tor Sapienza – il nuovo presidente della Repubblica ha evocato per prima cosa le difficoltà degli italiani, ha rivolto la sua attenzione alla gente comune che non può partecipare ai deliri della Leopolda dove si inneggia con tifo da stadio “al posto fisso che non c’è più”, ha ricordato le ferite sociali del Paese, mettendo in luce ciò che nella narrazione renziana non esiste mai: l’aumento, in questa crisi, di ingiustizie, nuove povertà, emarginazione e solitudine. È un primo spartiacque tra una cultura cattolica nutrita dal concilio Vaticano II – senza bisogno di scomodare papa Francesco, che pure si muove sulla stessa lunghezza d’onda – e lo stile alla Matteo che privilegia soltanto il rapporto con i Soggetti Forti (si ricordi l’impegno fulmineo con cui ha bloccato la Google Tax e l’insistito schierarsi con Marchionne a prescindere). Per vivere in politica una “idea del cattolicesimo”, come si è formato al meglio nel Novecento, non basta certo qualche frettolosa frequentazione di scoutismo.  

Il cardinale Bagnasco notava giorni fa il tormento che colpisce “moltissime famiglie che non arrivano da tempo alla fine del mese, anziani che attendono le loro magre pensioni mangiando pane e solitudine, giovani che hanno paura per il loro futuro incerto”. Questo orizzonte è assente dai proclami del premier, ma ben presente nella mente del presidente Mattarella. Intriso del cattolicesimo socialmente impegnato (nutrito degli insegnamenti dei papi che vanno da Giovanni XXIII al Giovanni Paolo II, da Paolo VI a Francesco) è anche l’imperativo, contenuto del discorso del giuramento del nuovo capo dello Stato, a combattere mafia e corruzione. Due termini introvabili nel discorso di investitura di Renzi al Senato. E si farebbe torto all’intelligenza di Matteo attribuirlo a distrazione.

C’è ancora un dato che salta agli occhi. Il primo passo di Mattarella è stato di andare alla Fosse Ardeatine, le sue parole sulla Resistenza e la lotta al nazifascismo sono un chiaro riallacciarsi al cattolicesimo politico repubblicano, nato dall’opposizione alla dittatura fascista. Un richiamo alla “memoria” nazionale, che a Berlino come a Parigi come a Washington non viene mai archiviata, ma che non dice nulla ad un premier che si è vantato di una “profonda sintonia” con Silvio Berlusconi, notoriamente smemorato su questi temi.  

Dunque, c’è un cattolico al Quirinale. Una prova, valida per stagioni future, che il cattolicesimo può essere produttivo anche senza casacca partitica. E una boccata d’aria fresca in un panorama politico generalmente privo di cultura, in omaggio alla rottamazione delle visioni del mondo. Potrebbe forse servire a rilanciare finalmente l’idea che la politica ha bisogno di un retroterra culturale. Speriamo.

il Fatto Quotidiano, 4 Febbraio 2015