Emma Watson è già al secondo intervento come ambasciatrice dell’Onu interessata a promuovere la campagna He For She. I suoi due interventi sono stati pubblicizzati moltissimo sui media. Ad un certo punto, dopo la condivisione del suo primo intervento, si disse anche che lei, per il suo impegno, avesse ricevuto delle minacce. Si rivelò una bufala messa in circolo chissà da chi. Quel che invece è vero è che l’attrice, impegnata per tanti anni come protagonista dei film su Harry Potter, rappresenta iconicamente la figura della fatina buona in lotta contro il male. Gli interventi, l’investitura a lei conferita dall’Onu, la pubblicità data alle sue parole, come se rappresentassero una nuova frontiera del femminismo, mi fanno pensare molto ad una costruzione hollywoodiana.

L’attrice viene presentata al mondo come nuovo feticcio canonizzato in rappresentanza dei massimi interessi di tutte le donne. Rappresenta colei che porge una sorta di verità rivelata. In realtà ripropone il solito vecchio schema di sempre di uno dei tanti femminismi esistenti al mondo. Segue la linea del femminismo radicale statunitense, quello che immagina sia utile agire per cambiare, o meglio, controllare e attenuare la natura degli uomini giacché a loro viene addebitata ogni sorta di mostruosità inflitta alle donne. Perciò si sollecitano gli uomini, in qualità di paternalisti e patriarchi buoni, affinché essi, grati, in presenza della fatina che ne accoglierebbe il lato vulnerabile e umano, si assumano la responsabilità di spostarsi da un ruolo all’altro. Invece che carnefici dovranno diventare tutori. Non già per il bene delle donne, e qui sta la manipolazione a reti unificate, ma per il proprio bene. La Watson sostanzialmente dice: noi non vi odiamo, però vi diciamo quel che è bene per voi, perciò seguite i nostri consigli per salvarvi e poi, senza mai abbandonare il ruolo di cavalieri, potrete salvare noi.

La Watson, perciò, non fa altro che riproporre lo stesso schema di un femminismo che intende addestrare gli uomini senza lasciare spazio alla loro autodeterminazione, partendo dal presupposto che sono tutti sbagliati e che bisogna correggerli con la nostra preziosa bacchetta magica. Questa modalità è antipatica esattamente tanto quanto quella che mettono in atto i paternalisti che intendono educare le donne ad adattarsi a vivere secondo le loro regole. Quello che l’attrice fa, svolgendo forse il ruolo di testimonial prefabbricato, è esattamente in linea con il percorso di un femminismo di Stato, istituzionale, che giammai farebbe recitare in propria rappresentanza un intervento ad una pornostar, una sex worker, una trans, una donna altra, di quelle che sarebbe necessario toglierle lo stigma negativo di dosso, invece che questa Mary Poppins aggiusta maschi “per il bene delle donne”.

Torno al cuore del suo discorso, rivolto essenzialmente agli uomini. Lei dice, pressappoco, di comprendere quanto sia difficile per gli uomini piangere, mostrare un lato vulnerabile e umano, abbandonare il controllo e disertare il ruolo di prevaricatore che inficia la relazione tra sessi. Lei dice di comprendere il fatto che gli uomini parrebbero intrappolati dentro una galera fatta di stereotipi e ruoli che avrebbero il dovere di interpretare. Dunque la fatina buona dice che di fronte a lei potrete piangere, commuovervi, rivelare l’umanità nascosta dietro la parvenza di mostri e diventerete allora bimbi buoni così come fu per Pinocchio.

Quello che non va in questo discorso, in parte, forse, condivisibile, è il fatto che un certo femminismo utilizza negli ultimi anni questo approccio strategico proprio per sollecitare gli uomini a rivestire la funzione di tutori. Il femminismo radicale, dopo aver dettato, per anni, il verbo a tutte le donne, incluso quelle alle quali viene impedito di parlare per sé, dopo aver proferito comandamenti per stigmatizzare le sex workers, le trans, le donne che non somigliano al modello unico che vorrebbero imporci, ora sono passate all’aggiustamento dei maschi in funzione strategicamente autoritaria. L’approccio è maternalista. Agli uomini non viene lasciato lo spazio per diventare quel che vogliono. Vanno diretti, controllati, accompagnati, come si farebbe con un gregge di buoi la cui prospettiva sarà quella di vivere dentro un recinto condito di valori e principi sicuramente non scelti in assoluta condivisione tra tutte le persone che abitano il mondo.

Dal mio punto di vista, perciò, il primo e il secondo discorso di Emma Watson sono da bocciare. La campagna He for She è paradossale. Le parole della Watson non lasciano trapelare che quel femminismo induce, non dico l’odio, ma almeno una antipatia certa nei confronti degli uomini. Si insiste sullo stereotipo classico che giudica gli uomini da guarire, indottrinare, bonariamente, in una scuola che applica il metodo Ludovico. Si parte dalla presunzione che racconta una bugia: gli uomini sarebbero tutti cattivi e le donne sono le fatine buone. Proprio come lei. Come Emma Watson.