La trovata è d’immagine, quindi gioca nello stesso campo del premier: “Aggravio imposte Renzi”, sancirà una voce nelle fatture che professionisti, autonomi e freelance applicheranno ai loro clienti. Dopo il “Bonus”, dunque (quello da 80 euro, ben evidente in busta paga), segneranno il “Malus” regalato dal premier con la legge di Stabilità. È la campagna lanciata dalle associazioni di categoria, dopo l’aumento delle imposte deciso dal governo (quintuplicate per oltre mezzo milione di persone), che hanno deciso di calcolare il salasso, mettendolo per iscritto nelle parcelle. Solo guardando all’effetto sui redditi, le cifre sono notevoli: si passa dagli 85 euro per ricavi attorno agli 8 mila euro, ai 312 per un reddito di 18 mila euro, e così via dicendo. È il frutto avvelenato della pasticciata riforma del regime “agevolato”, quello “dei minimi”, appena licenziata insieme all’aumento dei contributi Inps, ulteriore (e non ultimo) passo di una revisione verso l’alto decisa dalla riforma Fornero e mai disinnescata.

Forte di 8 milioni di lavoratori e una rivolta battente in Rete – lo slogan è #malusRenzi su twitter – le associazioni non mollano la presa: la vendetta viaggerà in fattura nonostante il dietrofront del governo. Esattamente 24 ore dopo averle fatte approvare, infatti, il premier ha riconosciuto l’errore delle nuove modifiche: “Faremo un provvedimento ad hoc”, ha promesso. Quando? “Nei prossimi mesi”. Per i più increduli ha rincarato la dose pochi giorni dopo: “È il mio autogol più grande”, seguito a ruota dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti: “La norma è scritta male”.

Per giorni – fatta eccezione per il sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti (Sc) – pezzi sparsi della maggioranza hanno provato a difendere le misure: “Ci sono 800 milioni a favore di 800 mila partite Iva”. Circa 520, però, andranno a commercianti e artigiani. Mentre nelle professioni (architetti, ingegneri, giornalisti etc.), dove lo squilibrio tra vecchie e nuove leve è forte, si viene penalizzati. Promemoria. Il vecchio regime “dei minimi” è riservato a chi ha meno di 35 anni e guadagna meno di 30 mila euro l’anno lordi, può durare 5 anni ed è vantaggioso: l’aliquota che si applica sul reddito è solo il 5 per cento e le spese sonno singolarmente deducibili. Con il nuovo pensato dal governo non ci sono limiti di tempo ed età, ma la soglia per beneficiarne scende a 15 mila euro e l’aliquota triplica (15%). Le detrazioni saranno forfettarie, quindi senza complicati calcoli del commercialista (evitandone la parcella), ma i vantaggi finiscono qui.

Sui redditi più bassi, infatti, la riforma ha un effetto-beffa: considerate le detrazioni per i redditi da lavoro autonomo (fino a 1.104 euro sotto i 55 mila di reddito) con il nuovo sistema si paga addirittura di più. Se un lavoratore dichiara 12mila euro, per dire, dovrà versare 1.404 euro di imposte, se invece decidesse di rimanere fuori dal regime dei minimi messo in piedi dal governo, pagando quindi l’Irpef, sarebbero 1.264. “Il sistema si basa su redditi netti vicini alla soglia di povertà ”, accusa Acta, l’associazione dei freelance. Vero. A questo si aggiunge l’aumento dell’aliquota per i contributi previdenziali dal 27,72 al 29,72 per cento (arriverà al 33 nel 2019). La misura servirà a finanziare l’Aspi, un ammortizzatore sociale di cui i lavoratori a partita Iva non potranno beneficiare. Dati alla mano, l’effetto del combinato disposto è notevole: sui redditi da 8 mila euro le imposte annue saliranno del 211% (+1.014 euro); del 315% per quelli intorno ai 15.600 (+2.844 euro); del 353% per i 18.640 euro (+ 3.750 euro); e del 383% per un reddito di 23.400 euro (+5.171 euro). Tradotto: alla fine della giostra, a un lavoratore che porta a casa 23.897 euro, ne rimangono in tasca poco più di 14 mila; per un lavoro da mille euro, 588.

Il primo effetto è stato il boom di partite Iva aperte a fine 2014 per usufruire ancora del vecchio regime: a novembre, 11.917 soggetti, l’84 per cento in più rispetto al 2013. Stessa cosa succederà a dicembre. Anche il Tesoro, comunicando i dati, ha ammesso che l’aumento è dovuto “ai soggetti che hanno ritenuto il regime allora in vigore più vantaggioso”. L’Acta ha già sottolineato la possibilità di una fuga di massa dalla gestione separata Inps – che rattoppa i buchi delle altre gestioni – verso le casse previdenziali di Artigiani e commercianti (con aliquote più basse) oppure aprendo una (finta) attività individuale. L’aumento di un punto dell’aliquota, infatti, costa fino a 810 euro per un reddito di 70 mila. Nell’impasse del governo, le associazioni hanno portato alla Camera un emendamento al Decreto milleproroghe per bloccare l’aliquota al 27,72 per cento. Zanetti ne ha depositato un altro per estendere al 2015 il vecchio regime: “Lo sto caldeggiando al Tesoro, ci stanno pensando…”, spiega. Un rattoppo, in attesa che Renzi si decida e mantenga la promessa.

da il Fatto Quotidiano del 22 gennaio 2015