Mala gestione e assegnazioni sospette, oltre a guadagni da capogiro. Si basa su questi  aspetti l’esposto, presentato alla Procura della Repubblica in mattinata dal consigliere comunale Marco Colosimo, della lista Piacenza Viva e che rischia di scoperchiare il calderone dell’accoglienza dei profughi sul territorio. Una denuncia nata dalla sua visita diretta ad alcune strutture e dal dialogo avuto con i richiedenti asilo. Nel documento, depositato negli uffici competenti in via del Consiglio, Colosimo ha segnalato di “aver verificato le condizioni di accoglienza praticate nella nostra realtà”, ravvisando, a suo dire, che non sarebbero osservati alcuni obblighi disposti dalle normative vigenti in tema di accoglienza.

Il consigliere comunale avrebbe infatti individuato “gravi lacune e carenze in tema di assistenza medica, di inserimento culturale e di inserimento lavorativo”. E così ha chiesto alla Procura di Piacenza di avviare  accertamenti che, stando a quanto ha messo nero su bianco, dovrebbero andare anche al rispetto dei criteri di distribuzione degli stranieri negli alloggi per “evitare e prevenire l’insorgere di situazioni di abuso in una così delicata materia, con pericolo di malversazione di pubblico denaro”.

I sopralluoghi sono del 2 dicembre scorso, nelle strutture di via Cortesi a Piacenza (appartamento che ospita quattro persone, ndr) e uno in strada di Cortemaggiore, località Corte Bossina, dove trovano alloggio una cinquantina di profughi. “Ho potuto rilevare che molti degli obblighi surriferiti non sono affatto (o ben poco) osservati – ha scritto nell’esposto – Particolarmente gravi mi sono parse le carenze in tema di assistenza medica, di inserimento culturale e di inserimento lavorativo. Ad esempio – ha proseguito – mi è stato riferito che in un caso di necessità medica, verificatosi di sera, hanno dovuto rimandare al giorno successivo la chiamata del medico, dal quale hanno dovuto recarsi personalmente in bicicletta, poiché non erano in grado neppure di indicare chiaramente per telefono dove si trovavano. L’emergenza riferitami era dipesa da un malessere alimentare a causa di cibi evidentemente non idonei. Altrettanto carente mi è parso il servizio di assistenza linguistico e culturale. Mi è stato riferito che gli ospiti non hanno possibilità pratica di interagire con qualche soggetto responsabile dei servizi di accoglienza, tranne che con una signora, la quale li ha caldamente esortati a non lamentarsi, perché non sarebbe stato possibile rapportarsi con qualche soggetto responsabile. Mi è stato aggiunto poi che essi potevano solo parlare col cuoco (del Bangladesh, ndr) e con un tale, il quale – sempre a detta dei profughi – lavora per il capo ed è il figlio di una poliziotta”.

Inoltre, parlando con gli stessi stranieri, il consigliere comunale ha rilevato come i soldi pubblici erogati, circa 35 euro al giorno per migrante, non sarebbero utilizzati per la loro gestione: “Noi riceviamo solo 30 euro a settimana a testa, non al giorno. Con questo denaro dobbiamo fare tutto, dall’igene al mangiare – hanno detto i profughi – ma chi si avvale del servizio mensa (tramite ristoratori cinesi per chi è in città, ndr), o dal cuoco bengalese (per chi è nella struttura fuori Piacenza, ndr) non riceve nessun denaro. Ci rimangono solo quelli della pocket money di 2,50 pro capite, oltre alla tessera telefonica all’arrivo di 15 euro”.

Infine, l’aspetto forse più inquietante, riguarda il cosiddetto “figlio di una poliziotta” citato a più riprese dai profughi come unico referente e che l’esposto chiede a quale titolo svolga questa funzione. Si tratterebbe, da quanto è stato possibile accertare, del figlio della funzionaria della prefettura di Piacenza addetta allo smistamento dei migranti al loro arrivo. Il suo nome, infatti, è presente sul verbale di gara del 25 agosto scorso tra quelli che hanno fatto parte della riunione per l’aggiudicazione  dell’appalto. E guarda caso, le strutture che sono finite nel mirino del consigliere comunale, sono anche quelle che sono riuscite ad avere in gestione più stranieri, 75 invece del limite massimo di 50 consentito dalla legge, arrivando dopo mesi ad accoglierne circa 120. Questo  grazie a una deroga giustificata “al fine di soddisfare la totalità delle esigenze di accoglienza nel rispetto della graduatoria approvata e della procedura di gara” è riportato nel verbale.