Confessiamolo: si fa una certa fatica a leggere (e a scrivere) dell’ennesimo record assoluto nel trend di anomalie climatiche che caratterizza la nostra epoca. Il 2014 è stato l’anno più caldo mai registrato dal 1880 a oggi, ci dicono la NASA e la NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration). Eppure nell’anno appena trascorso vi sono state ondate di gelo in molte regioni, penseranno alcuni; eppure siamo ancora qui, diranno altri. E non molto è cambiato. Questo climate change con il quale scienziati, apocalittici e grilli parlanti ci catechizzano periodicamente non dev’essere poi la catastrofe che si dice.

Per chi fosse appena meno cinico o disinformato, vi è comunque una misura di assuefazione a questo tipo di notizie, e a tutti i moniti che regolarmente ne conseguono. Come se fossimo tutti consapevoli di quanto sta avvenendo e tutti, al contempo, rassegnati al fatto che avvenga. Il cambiamento climatico è una dinamica talmente complessa, innescata da un concorso di così tanti fattori , spesso remoti e non direttamente controllabili, che viene da gettare la spugna e accada quel che accada. Ci si può sempre illudere che il problema sia confinato a qualche orso polare a corto di ghiaccio, a qualche isoletta disabitata del Pacifico che finisce sott’acqua.
E possiamo continuare a chiamare ‘alluvioni’ fenomeni inediti per frequenza e violenza; o inventare dizioni nuovissime e fesse – vedi le ‘bombe d’acqua’ – per la gioia dei titolisti e l’ignoranza di tutti. Si contano morti, danni, perdite economiche, si fanno stime di raccolti mancati, si osservano migrazioni epocali dovute a carestie e siccità… È tutto più o meno normale.

Il 2014 è stato l’anno più caldo di sempre, nonostante non si sia verificato l’ENSO (El Niño Southern Oscillation), un fenomeno climatico spesso associato a questo tipo di record. Nove dei dieci anni più caldi, nella serie storica di queste rilevazioni, sono tutti concentrati a partire dal 2000 in poi. C’è un trend solido, crescente ed evidente anche a un bambino.

Negli stessi giorni in cui veniva diffusa la notizia del record del 2014, uno studio pubblicato su Nature indicava una soluzione chiara e precisa per contenere il cambiamento climatico: oltre l’80 per cento delle riserve conosciute di carbone, così come metà di quelle di gas e un terzo di quelle di petrolio, non devono essere estratte (ovvero: non devono essere bruciate). Per fermare il cambiamento climatico bisogna abbandonare le fonti fossili.

Incidentalmente, se riuscissimo a cambiare il modello energetico otterremmo qualche vantaggio concreto aggiuntivo: risparmi sulle nostre spese energetiche e sui nostri consumi; abbattimento dei costi sanitari dovuti all’inquinamento; ci risparmieremmo qualche guerra (no, non è una leggenda: molti conflitti sono innescati e alimentati dalla contesa per le risorse fossili) e le spese militari correlate; difenderemmo comparti strategici come agricoltura e turismo. Potremmo creare lavoro investendo sulle rinnovabili, risparmiando gli oltre 500 miliardi di dollari pubblici che ogni anno, a livello globale, regaliamo alle energie sporche (almeno 9 miliardi di euro in Italia). E, per i più retrivi: potremmo persino ridimensionare i fenomeni migratori.

Insomma: non è questione di orsi polari in pericolo, non solo. Pensiamoci.