A 9 anni costretto a cambiare scuola perché autistico. Succede Genova, dove i genitori dei compagni del bambino a Natale hanno scritto una lettera all’istituto preoccupati dal fatto che quell’alunno silenzioso e talvolta aggressivo nuocesse all’equilibrio dei loro figli che “non sono badanti e neppure medicine e sono troppo piccoli – hanno scritto le famiglie – non possono stare vicini a lui. Noi a quell’età non possiamo (e non vogliamo) dargli una responsabilità del genere”. Richiesta accolta. Non dalla scuola, però. Ma dai genitori del bambino che, stanchi di lottare contro i mulini a vento del pregiudizio, alla fine si sono arresi. E lo hanno trasferito in un altro istituto scolastico. Nella speranza che incontri compagni di classe – e soprattutto genitori dei compagni di classe – più tolleranti. Una storia esemplare, raccontata in tutti i suoi dettagli il “Secolo XIX”.

Per vincere le difficoltà di integrazione che il bambino, a causa della sua malattia, incontrava con i compagni, la scuola aveva deciso di affidarlo ad un insegnante di sostegno che lo seguiva personalmente, scegliendo volta a volta alcuni dei suoi compagni, trasferiti con l’alunno in quella che il bimbo chiamava “la stanza blu”. E proprio quella stanza è diventata il pomo della discordia. I genitori degli altri l’hanno vista come un ghetto nel quale anche i loro figli erano costretti, a turno, a stare rinchiusi. E hanno protestato. Eppure il bimbo là dentro riusciva ad esprimere i suoi sentimenti, e certe sue reazioni scomposte – scaraventare in aria uno zaino, abbracciare con eccessivo vigore un amico – erano contenute, spiegate, accettate.

“Lo studente non è mai stato lasciato solo – ha dichiarato la preside della scuola – Gli sono sempre state accanto, a turno, due insegnanti di sostegno. Anche i suoi compagni non sono mai rimasti soli con lui. Pensavamo che quella soluzione potesse costituire un fattore di cresciuta anche per gli altri scolari”. Illusione. I genitori dei compagni di classe hanno insistito: mai più i loro figli nella stanza blu, fonte di stress e di imbarazzo. “Rivendichiamo il diritto dei nostri bambini di andare a scuola sereni e il nostro di lasciarli in un luogo sicuro”, hanno ribadito nella lettera alla preside i padri e le madri dei bambini “normali”.

Inutili tutti i tentativi di mediazione. Infine è stato lo stesso padre del bambino autistico che ha deciso di troncare la questione: “Abbiamo deciso di fargli cambiare scuola – ha spiegato – Fa male vedere un bambino trascinato via di forza perché si avvicina a tuo figlio. E’ brutto sentirsi soli. Mio figlio non merita un’umiliazione del genere. Io e mia moglie neppure”.

Pino Boero, assessore comunale alla scuola e docente di letteratura per l’infanzia e pedagogia all’Università, è intervenuto sul caso: “Le scuole sono attrezzate per sostenere i bambini che hanno bisogno. Spesso però sono i genitori degli altri scolari a non esserlo”. Boero ha stigmatizzato l’abitudine diffusa fra i genitori degli alunni di sollevare “polveroni” a scuola su questioni marginali. “Il problema è che spessissimo, i genitori sbagliano l’approccio con una determinata situazione”. Boero senza dirlo esplicitamente si riferiva proprio alla storia del piccolo, che corrisponde precisamente alla casistica indicata.

L’intromissione dei genitori fa saltare l’equilibrio che la scuola era riuscita ad offrire attraverso interventi calibrati in chiave socio-pedagogica. “Ora il fattore di rischio per il piccolo sarà rappresentato dall’accoglienza nella nuova scuola – ha concluso Boero – Gli insegnanti della vecchia scuola avevano fatto il massimo per lui e sono certo che altrettanto faranno i nuovi. Spero che l’accoglienza dei nuovi compagni, e soprattutto dei loro genitori, sia tale da permettergli di riprendere una vita scolastica serena“.