Al banchetto della libertà d’espressione, rappresentato da un mega tacchino di cui François Hollande assaggia una coscia, Dieudonné non è invitato. Resta appeso a un ramo, legato come un salame, in “stato di fermo”. È la vignetta che il “comico” francese, oltre che provocatore riconosciuto come antisemita, ha postato ieri sul proprio profilo Facebook. Il messaggio è semplice e complicato allo stesso tempo. Vedete? Sono loro a contraddire i propri stessi principi, io sono solo una vittima. A giudicare dai circa 400 commenti apparsi sotto la pubblicazione del disegno, questa versione è apprezzata dai seguaci. “Dio, cosa ti hanno fatto!”, si legge. Oppure, “je suis Dieudo”. Ci sono accuse al governo di essere “schizofrenico” oppure la pubblicazione dell’articolo 19 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione”.

Dieudonné è riuscito ancora una volta a inserirsi nel dibattito politico francese probabilmente più a uso del proprio nome e dei propri spettacoli che della crescita culturale della Francia. Non è un caso se, sempre su Facebook, l’ultima notizia pubblicata concerne gli spettacoli di Metz e Strasburgo che, assicura il comico, “non sono stati annullati”. Dieudonné, del resto, è un uomo di spettacolo, utilizza con perizia le tecniche di comunicazione di massa. La sua “provocazione” – “Je suis Charlie Coulibaly” – con la conseguente messa in stato di fermo (sospesa per permettergli di salire sul palcoscenico), ha costretto la grande stampa, la politica, gli intellettuali, a interrogarsi sulle possibili analogie tra l’unanime riconoscimento attorno alla redazione di Charlie Hebdo colpita dal terrorismo e il diritto di chiunque a pronunciarsi su fatti rilevanti come la religione e le appartenenze culturali. Il politologo Jean Yves Camus, ad esempio, su Mediapart.fr, nota che in Francia è possibile offendere i musulmani ma non gli ebrei. E ricorda che, in fondo, questo dibattito è cominciato con Charlie che offendeva il profeta Maometto o con lo scrittore Michel Houellebecq che nel 2006 definiva l’Islam “la più stupida delle religioni” (salvo poi ripensarci). Lo stesso Camus, però, nota le differenze: se il messaggio di Charlie può dirsi “antireligioso” quello di Dieudonné è più chiaramente “razzista”. Gli uni se la prendono con “i credenti” mentre il comico se la prende “con tutti gli ebrei”.

Il dibattito sul riconoscimento o meno attorno alla parola d’ordine Je suis Charlie è diventato centrale come conferma la prima pagina di Le Monde di oggi dedicata a “Questa Francia che non è Charlie”. Il quotidiano francese dà voce ai tanti, spesso abitanti delle banlieue o semplici studenti, che “non si riconoscono” nel movimento nato con la marcia dell’11 gennaio. “Nelle scuole, scrive Le Monde, gli insegnanti sono spesso sprovvisti di fronte alle reazioni ostili degli studenti che rifiutano l’unanimismo”. Particolarmente utile, per capire l’altra faccia della situazione, leggere i commenti degli abitanti delle banlieue che non hanno partecipato alla manifestazione di domenica scorsa e che descrivono i fratelli Kouachi, autori della strage, come simili “a molti dei nostri ragazzi, cresciuti intorno a noi”. Per descrivere la contraddizione tra dolore e identità, basta ascoltare frasi come quelle ascoltate in qualche zona periferica di Parigi: “Quelli di Charlie sono nostri fratelli, ma chi li ha uccisi sono i nostri figli”. La Francia “che non è Charlie” è questa ma anche quella, di cui si legge su Libération, che si riconosce nel mondo cattolico. La prestigiosa rivista gesuita Etudes, ha pubblicato alcune delle copertine di Charlie Hebdo, prendendo le distanze dalla sua linea politica. Ma questo non gli ha impedito di essere bersagliata dalle critiche, dalle accuse e da insulti a volte violenti. “Come vi siete permessi di dileggiare l’immagine del nostro Santo Padre?” hanno scritto i lettori. Che, come Francesco, ammettono di non sentirsi affatto dei “Charlie”.

da Il Fatto Quotidiano del 16 gennaio 2015