Firma in febbraio per l'intesa sullo scambio di informazioni tra autorità di Roma e Berna. Il varo della legge su rientro dei capitali e reato di autoriciclaggio ha sbloccato le trattative. Resta sul tavolo la questione dell'autorizzazione per gli istituti svizzeri a operare nella Penisola
L’accordo fiscale tra Italia e Svizzera cercato da anni senza successo è finalmente arrivato in porto. “Abbiamo l’accordo. Per la firma bisogna bisogna aspettare ancora qualche settimana, sarà probabilmente a metà febbraio”, ha detto Vieri Ceriani, consigliere per gli Affari fiscali al Tesoro. Stando a quanto riporta Il Sole 24 Ore, sono due i documenti che di fatto mettono nero su bianco l’intesa, anche se alcune questioni restano aperte e su altre serviranno successivi interventi legislativi di Roma e Berna. Il primo introduce lo scambio automatico di informazioni tra le autorità fiscali dei due Paesi sulla base degli standard Ocse a cui la Svizzera ha aderito lo scorso maggio, mentre l’altro, come ha spiegato al Corriere del Ticino il segretario di Stato per le questioni finanziarie internazionali Jacques de Watteville, “è una sorta di road map che contiene le soluzioni raggiunte per tutti gli altri dossier”, dalla tassazione dei frontalieri – su cui lo scorso autunno è iniziato un nuovo braccio di ferro – allo status di Campione d’Italia. L’intesa sarà operativa non appena i Parlamenti dei due Paesi l’avranno ratificata e permetterà all’Agenzia delle Entrate di fare verifiche mirate anche sull’affidabilità delle informazioni di chi ha aderito alla voluntary disclosure.
A sbloccare le trattative è stato il varo della legge sul rientro dei capitali, che ha anche introdotto nell’ordinamento italiano il reato di autoriciclaggio
La firma arriva a tre mesi dal clamoroso scontro tra il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e l’omologa elvetica Eveline Widmer-Schlumpf e a oltre due anni dall’avvio – durante il governo di Mario Monti – di un vero e proprio negoziato. All’epoca l’accordo era considerato dietro l’angolo, salvo poi arenarsi sul nodo del rischio riciclaggio. Nel febbraio 2013 Silvio Berlusconi ne parlava come se fosse a portata di mano. Nel giugno dello stesso anno fu l’allora premier Enrico Letta ad affermare che il momento era propizio. Invece, nulla di fatto. Poi il varo della legge sul rientro dei capitali ha dato “l’incoraggiamento” necessario.
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