La Svizzera prepara nuove barriere contro i frontalieri italiani. Nei giorni scorsi la Confederazione ha accolto la proposta di tassare il loro lavoro con aliquote italiane anziché con la più favorevole tassazione svizzera, che preleva ai suoi cittadini una somma compresa tra il 10 e il 15% del loro reddito lordo. L’obiettivo è alzare altre barricate contro quella che qualcuno considera un'”invasione”. Il Consiglio nazionale (la camera bassa del parlamento elvetico) ha infatti votato a grande maggioranza (157 voti a favore, 25 contrari e 4 astenuti) un postulato presentato da Lorenzo Quadri, deputato della Lega dei Ticinesi, il partito che ha fatto della lotta al lavoro frontaliero un cavallo di battaglia, riscuotendo un crescente successo elettorale nelle ultime competizioni.

Il postulato è un atto parlamentare non vincolante per il governo ma, nel caso specifico, ha un’evidente rilevanza politica. Tremano infatti gli oltre 60mila frontalieri (62.458 nel primo trimestre 2014) che quotidianamente si recano in Canton Ticino a caccia di stipendi mediamente superiori a quelli italiani. Merito non solo di un’economia più florida, ma anche di un livello di tassazione inferiore a quella applicata in Italia.

“I tempi di realizzazione sono lunghi – ha commentato lo stesso Quadri ai microfoni della tv svizzera -, ma la larga maggioranza ottenuta dà un segnale politico chiaro al Consiglio federale su come deve gestire le trattative con l’Italia in materia di fiscalità dei frontalieri”. L’atto è politicamente rilevante perché la questione è stata sostenuta in maniera bipartisan e non solo da consiglieri ticinesi, superando barriere culturali e limiti geografici nonostante il parere negativo espresso dal governo. La ministra delle finanze, Eveline Widmer-Schlumpf, aveva criticato il punto, spiegando che: “Viste le trattative in corso tra i due Stati non è il caso di appesantire il dossier”. Per poi puntare poi il dito contro il paradosso della proposta leghista: “Tassare in Svizzera secondo i principi di un altro Paese – ha detto la Schlumpf -, sarebbe un unicum che mal si concilia con la sovranità di uno Stato”. 

L’ipotesi di tassare i lavoratori frontalieri come fossero italiani ha invece fatto breccia nei parlamentari rossocrociati, imprimendo una nuova sferzata alla battaglia condotta dalla Lega dei ticinesi a difesa del mercato del lavoro interno. Una battaglia condivisa anche da larga parte dell’opinione pubblica, fatta di spot politicamente scorretti, di proposte di legge e di referendum tesi a limitare l’ingresso di lavoratori stranieri sul suolo elvetico. Solo a febbraio era stato approvato il referendum contro l’immigrazione di massa, accolto con un vero e proprio plebiscito nel cantone di lingua italiana, segno evidente delle preoccupazioni della popolazione, che soffre sempre di più le pressioni dell’esercito di lavoratori italiani.

Preoccupazioni che sembrano avere anche il sostegno dei numeri. Le recenti rilevazioni dell’Ufficio statistico cantonale hanno confermato come il mercato del lavoro del Canton Ticino sia in ripresa: 4mila i posti in più rispetto al primo trimestre del 2013. Nello stesso periodo è però cresciuto anche il numero dei frontalieri (+6,5% nel secondo trimestre 2014 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente), che hanno assorbito quasi totalmente l’incremento, dando ragione ai timori dei protezionisti, che chiedono interventi per rendere meno appetibile il mercato del lavoro svizzero. 

Oggi ai frontalieri viene applicata una tassazione molto bassa, una parte della quale (circa il 38%) viene poi girata al fisco italiano come ristorno. Se i propositi di Quadri diventassero legge, agli italiani verrebbe applicata una tassazione paragonabile alle trattenute Irpef che subirebbero se lavorassero nella Penisola. Il prelievo fiscale verrebbe applicato in Svizzera dove sarebbe trattenuta per intero la quota di imposizione locale, la differenza tra il gettito fiscale svizzero e quello italiano verrebbe invece girata al fisco italiano: “Non mi sembra una proposta scandalosa – ha commentato Quadri – del resto se i frontalieri lavorassero in Italia avrebbero ugualmente un livello di imposizione più alta rispetto a quella svizzera”.

L’effetto indiretto dell’applicazione di una proposta di questo tipo sarebbe duplice. Da un lato renderebbe meno appetibili alcuni posti di lavoro, dall’altro costringerebbe i datori di lavoro svizzeri ad adeguare al rialzo le retribuzioni degli italiani (oggi disposti ad accettare salari più bassi di quelli riconosciuti agli svizzeri), mettendo un freno al fenomeno del dumping salariale.