SonyHack, nemmeno il Natale è stato risparmiato, e la trama si arricchisce di nuovi protagonisti e misteri: pirati buoni contro pirati cattivi, console messe Ko, stipendi delle star spifferati, download illegali e soprattutto il prevedibile successo del film. Il 25 dicembre The Interview è stato proiettato in circa 320 sale indipendenti negli Usa con un lussureggiante incasso di un milione di dollari, che nel lungo weekend natalizio – si stima – sarebbe levitato a 20 milioni potendo usufruire di una distribuzione più capillare (boxofficemojo.com).  

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Ma non di solo cinema vive lo showbiz 2.0, e il film di Evan Goldberg e Seth Rogen il 24 era stato lanciato da Sony anche in Vod (Video On Demand) su YouTube, Google Play, Microsoft Xbox Video e il sito ad hoc www.seetheinterview.com. Se i download illegali hanno superato il milione in 24 ore (750 mila in 20 ore via BitTorrent), Google Play e YouTube Movies non hanno dato i numeri, ma hanno felicemente constatato il primato: The Interview (disponibile a 5,99 dollari oppure 14.99 in Hd) è stato il film più visto di Natale, superando sia Guardiani della Galassia che Maze Runner.

Apple e Amazon stanno alla finestra, Netflix è in trattative per renderlo disponibile ai propri abbonati, mentre Sony attraverso PlayStation e, appunto, Microsoft tramite Xbox si erano già decisi a diffonderlo: non l’avessero mai fatto, perché proprio a Natale sono stati colpiti dagli hacker, con sommo dispiacere degli smanettoni globali che non hanno potuto santificare le Feste alla console. Un’altra rappresaglia del governo nordcoreano? Lo zampino di Pyongyang stavolta pare assai remoto: il gruppo che ha rivendicato gli attacchi, Lizard Squad, non è direttamente associabile ai Guardians of Peace responsabili dell’hackeraggio ai danni della Sony e già collegati dall’Fbi alla longa manus di Kim Jong-un. Se i Guardians rimangono i cattivi della partita, la Lizard Squad rischia di avere la parte del buono o, meglio, del prezzolato: a cavallo tra Natale e Santo Stefano le “lucertole” hanno sospeso gli attacchi a Xbox e Playstation accettando l’offerta del re degli smanettoni Kim Dotcom di voucher vitalizi su Mega. Playstation ha ancora qualche problema, ma il peggio è superato.

Torniamo al fulcro del #SonyHack e i suoi derivati, The Interview, che inquadra due giornalisti in missione per conto Cia: obiettivo, assassinare il dittatore nordcoreano. A interpretarli lo stesso Rogen è James Franco, di cui mercoledì 24 i soliti hacker hanno rivelato lo stipendio: se il film è costato 44 milioni di dollari, Seth ne ha messi in tasca 8,4, quasi due in più dell’amico James (6,5). Soldi artisticamente ben spesi? Chissà, Mosca con occhio geopolitico l’ha bollato “scandaloso”, i critici statunitensi non sono stati troppo teneri, ma nemmeno in Cina (300 mila download su un’unica piattaforma) e in Corea del Sud chi l’ha visto – sì, illegalmente: non è prevista una distribuzione – si spella le mani: nonostante tecnicamente le due Coree siano in guerra, un sudcoreano sul portale Naver non s’è lasciato accecare dalla partigianeria, stigmatizzando “situazioni irrealistiche”, “il pessimo coreano” parlato e “l’incomprensibilità di Kim Jong-un”, bissato da un altro utente che lamenta “l’assenza di dramma e il divertimento risicato”. 

Ebbene, potrebbero entrambi trovare impiego ai piani alti della Sony, perché condividono lo stesso giudizio critico: “Senza speranza, non diverte”, avevano sentenziato i dirigenti della corporation, pronosticando un flop Oltreoceano. Ovvio, conosciamo la loro recensione solo grazie al leak.

Ma possiamo ora immaginarne i volti distesi, i sorrisi rilassati dopo la tempesta perfetta dell’hackeraggio subito, perché il caso The Interview ribadisce uno dei comandamenti del box office: più soffri, più godrai. Che sarebbe stato di The Passion di Mel Gibson senza le polemiche sul suo antisemitismo: costato 30 milioni di dollari, 10 anni fa ne incassò oltre 600. E che dire di Borat di Sacha Baron Cohen, a sua volta accusato di antisemitismo, nonché sessismo, omofobia e di veicolare un’immagine deplorevole del “patrio” Kazakistan? 261 milioni al botteghino mondiale (budget 18) e, infine, l’ammissione governativa dei profitti ricevuti dal Kazakistan: turisti decuplicati e tante scuse a Borat. Scommettiamo che tra qualche mese Kim Jong-un farà lo stesso?

Il Fatto Quotidiano, 27 dicembre 2014