“Senza di me Stanley Kubrick non avrebbe mai iniziato a girare Eyes Wide Shut”. Non è Tom Cruise e nemmeno Nicole Kidman a dirlo, ma Emilio D’Alessandro, l’autista, il tuttofare, il segretario, l’amico fedele del genio newyorchese che per 23 anni lo ha aiutato a gestire la quotidianità nel candido autoesilio di Childwickbury. La storia incredibile di D’Alessandro, racchiusa nel libro Stanley Kubrick e me (Il Saggiatore) scritto in collaborazione con Filippo Ulivieri, risuona nuovamente in tutti i suoi fraterni dettagli durante la maratona dei film diretti da Kubrick alla Cineteca di Milano (fino al 23 dicembre): “È tutto vero tra il 1994 e il 1996 tornai in Italia in modo definitivo, ma subito pensai di aver commesso un errore. Stanley mi chiamava al telefono di continuo. Vienimi ad aiutare, mi diceva”, spiega al fattoquotidiano.it D’Alessandro.

Emilio D’Alessandro è stato l’autista, il tuttofare, il segretario, l’amico fedele del genio newyorchese che per 23 anni

“Una volta tornai con mia moglie Juliette in Inghilterra a trovare i miei figli. Lui lo venne a sapere e mi chiese di andare a prendere un caffè. Aveva una voce lamentosa mi disse che non sapeva cosa fare per Eyes wide shut e mi disse proprio così: ‘Dammi una mano, se torni qui per le 16 settimane di ripresa lo giro’”. Non che il piccoletto intraprendente italiano disse subito sì, ma chi avrebbe potuto dire di no per una seconda volta a Kubrick? D’Alessandro era una sorta di tuttofare nel maniero del maestro fuori Londra, l’enorme villa dove l’autore di Lolita si era stabilito e dove aveva tenuto il suo quartier generale di lavoro per i suoi ultimi film (Barry Lyndon, Shining, Full metal jacket e appunto Eyes wide shut). “Emilio”, con la l che si raddoppia, era il suo autista e quello per gli attori principali dei suoi film, ma era anche colui che deteneva il doppione delle chiavi per le stanze private e quello che veniva chiamato per risolvere i più banali problemi quotidiani: “Come quella volta al telefono che mi cercò per dirmi che aveva perso il suo anello di matrimonio. Stanley era andato nel pallone, gli dissi di rovistare bene nelle tasche del suo giaccone. Aveva le mani dimagrite per via di una malattia. L’anello era lì. Non smise mai di ringraziarmi”.

La leggendaria presenza di D’Alessandro in casa Kubrick inizia casualmente: l’italiano a 18 anni si trasferisce in Inghilterra in cerca di fortuna, gareggia senza guadagnare granché in Formula Ford, poi si dà al trasporto privato di star e registi negli studios Pinewood. Un bel giorno, nel 1971, viene convocato da un signore malvestito: “Sembrava un giardiniere – continua D’Alessandro – poi si presentò “Sono Stanley Kubrick”. Io non avevo mai visto nessun suo film, anzi al cinema nemmeno ci andavo. Fu però molto amichevole. Mi chiese subito di levare la divisa da chaffeur: “Vestiti come me, più libero, senza cravatta”. Impensabile. Mi diede subito le chiavi di casa e del suo ufficio. Diventammo amici. O meglio lui diventò per me un padre e io il suo uomo di fiducia. “Se mi succede qualcosa che fai?” Gli chiesi dopo qualche anno. E lui: “I do think so”.

La leggendaria presenza di D’Alessandro in casa Kubrick inizia casualmente: “Vestiti come me, più libero, senza cravatta”

Ecco allora la lunga cavalcata per 23 anni tra casa e set, tra Matthew Modine e Ryan O’Neal da scarrozzare, o il “bravissimo” Jack Nicholson che fuma canne in auto: “In pieno inverno dovevo aprire i finestrini per la puzza”. Kubrick ed Emilio comunicano ad ogni ora del giorno con dei block notes, parlano di continuo, Stanley vuole l’amico tuttofare perfino attore sul set di Eyes Wide Shut (“alcuni amici newyorchesi dicono che hai la faccia da edicolante di New York”) e D’Alessandro appare all’interno del chiosco dove Cruise va a comprare un giornale. “Non mi fece mai un contratto, ma pagava bene e lavoravo tanto. Meno male che mia moglie mi ha sopportato e mi è rimasta sempre a fianco”. Oramai si narra perfino di un film su Emilio e Stanley, buddie-movie ma non troppo: “Ci vedrei bene ad interpretarmi Christian De Sica e Kubrick lo potrebbe fare quell’attore della pubblicità del detersivo…come si chiama? Ah! Fabio De Luigi”. Oggi l’ex tuttofare di Kubrick si è ritirato nella campagna laziale a coltivare l’orto: “Rimasi con lui fino alla morte improvvisa e mi occupai di archiviare in scatoloni i suoi oggetti personali – conclude D’Alessandro – però Stanley mi manca, quando sento squillare il telefono penso sempre che sia lui”.