Cos’ha spinto un ricercatore a scrivere al Presidente Napolitano? Un comma della legge di stabilità prevedeva la cancellazione delle parole “lettera b)” da una precedente legge. Tutto qui? Sì, ma è una cosa seria. Sarà meglio fare un po’ di cronistoria.

2006: il Ministro Moratti predispone una riforma del reclutamento universitario. I concorsi per i ruoli di professore (di II fascia cioè associato e di I fascia cioè ordinario) non avverranno più in una sola fase locale. Ci sarà una commissione nazionale che assegnerà o meno un’abilitazione ai candidati. Poi le singole facoltà sceglieranno fra gli abilitati con un concorso locale. Due punti importanti: l’abilitazione ha una scadenza temporale; il numero di abilitati è legato al numero di posti richiesti dalle facoltà.

lasapienza2010: Il Ministro Gelmini, sedicente meritocratica, attiva il progetto della Moratti, ma senza il vincolo numerico alle abilitazioni! Si arrangino le commissioni di abilitazione a stabilire dove mettere l’asticella. Se poi ci sarà uno tsunami di abilitati, si arrangino le facoltà. Nello stesso tempo sostituisce il ruolo di ricercatore a tempo indeterminato con due ruoli a tempo determinato: tipo A e B. La differenza è sostanziale: infatti un ricercatore di tipo B, se consegue l’abilitazione, passa automaticamente a professore associato. Perciò un posto di ricercatore di tipo B è molto più oneroso per un ateneo; d’altra parte garantisce un futuro a un giovane che sappia il fatto suo.

2012: Il Ministro Profumo stabilisce le norme per il reclutamento post-abilitazione; un importante vincolo è il comma che stabilisce che per gli atenei con almeno il 30% di ordinari “il numero dei ricercatori reclutati ai sensi dell’articolo 24, comma 3, lettera b), della legge 30 dicembre 2010, n. 240, non può essere inferiore a quello dei professori di I fascia reclutati nel medesimo periodo”. Quella “lettera b)” si riferisce ai ricercatori di Tipo B. Questa norma vincola dunque il passaggio di professori associati ad ordinari al reclutamento di altrettanti ricercatori che, se abilitati, diverranno necessariamente associati.

Novembre 2014: nel disegno di legge approvato dalla Camera si voleva cancellare proprio il riferimento a questo vincolo. Invece di garantire dei percorsi di carriera ai giovani, li si inserirebbe una volta di più in un precariato senza sbocco! Questa variazione libererebbe risorse per le promozioni al ruolo superiore; ciò farebbe tirare un sospiro di sollievo ai moltissimi, degni associati con in tasca un’abilitazione ad ordinario, ma chiuderebbe il futuro ai loro stessi giovani allievi.

Dicembre 2014: nel testo approvato dal Senato, la cancellazione non c’è più e il vincolo rimane, seppure addolcito per il prossimo triennio. Ora la legge torna alla Camera: che fine farà quella famosa “lettera b)”? Resterà o no?

Da una parte ci sono ragazzi che ambirebbero a fare ricerca e ne avrebbero pure le capacità. È tristissimo avvertirli del futuro inesistente. D’altra parte, dopo anni e anni senza concorsi ci sono centinaia di associati con produzione scientifica più che meritevole di un passaggio di ruolo. Troppo comodo sarebbe, per me a fine carriera, dire che questi dovrebbero sacrificarsi per garantire una carriera ai più giovani.

Un commentatore dell’ultimo post di Sylos Labini scrive “I principali complici sono gli stessi professori, perché i soldi per gli avanzamenti di carriera non mancano mai”. Mancano, caro signore; venga nel mio dipartimento e troverà tante persone con una meritatissima abilitazione già conquistata, ma senza prospettive di avanzamento.

Discorso diverso è magari sul nostro stipendio. Quello che è indegno è il rapporto rispetto ad altre retribuzioni, in particolare quelle dei nostri “cugini” che insegnano nelle scuole. Non credo che basti il nostro impegno nella ricerca, troppo spesso disatteso senza che ci sia alcuna sanzione, a giustificare la differenza. Fra un po’ ci sarà la novità degli “incentivi”: solo chi può documentare meriti scientifici e didattici potrà accedere agli scatti di carriera. Forse sarebbe il caso di istituire invece dei DISincentivi per chi non rispetta i suoi doveri didattici e scientifici! Ma anche questo è troppo comodo da dire da parte di un ordinario anziano come me. Credo però che sarebbero in tanti, anche fra i colleghi più giovani, ad accettare stipendi più modesti se questo garantisse sia il riconoscimento del merito attraverso le dovute promozioni, sia il futuro dell’università attraverso le nuove generazioni.