Pur senza avere miniere aurifere, l’Italia è diventata un paese esportatore d’oro. Succede grazie al boom dei negozi che acquistano oro dai privati cittadini. E non è una buona notizia. Perché fotografa come la crisi abbia ormai colpito molte famiglie, che guardano al futuro con preoccupazione.
di Rosamaria Alibrandi (Fonte: lavoce.info)

La corsa al ‘compro-oro’

L’Italia è diventata un paese esportatore di oro, pur non avendo miniere aurifere. La sorprendente offerta di metallo prezioso proviene dalle casse del 28 per cento degli italiani. Nel 2013, infatti, diciassette milioni di persone, secondo le stime di Unioncamere, hanno venduto propri beni ai “compro-oro”, per un quantitativo di duecento tonnellate del metallo prezioso, pari a circa 8 miliardi di euro. I gioielli, fusi in lingotti, sono stati esportati per essere lavorati o rimessi sul mercato, con effetti paradossali: siamo diventati una nazione che esporta oro e i nostri giacimenti – virtuali – sono i negozi dei “compro-oro”. Già nel 2011, secondo un rapporto Eurispes, l’8,5 per cento degli italiani si era rivolto ai “compro oro”; nel 2013 il dato è progressivamente aumentato fino al 28,1 per cento. Il fenomeno è diffuso soprattutto al Sud, dove la percentuale sale al 31,8 per cento, contro il 27,5 per cento delle Isole, il 27,4 per cento del Nord-Est, il 24,2 per cento del Centro e il 23,6 per cento del Nord-Ovest. Tra le categorie più interessate, le persone in cerca di una prima occupazione (42,6 per cento) e di un nuovo lavoro (36,9 per cento).

compro oro 675

I “compro-oro” hanno dunque avuto un ruolo determinante, al di là delle previsioni, nel far sì che il nostro paese divenisse un forte esportatore di metallo giallo: all’interno dell’industria aurifera italiana, le esportazioni sono passate dalle 40 tonnellate del 2008 alle 193,7 del 2012. Un aumento del 385 per cento, per un valore che è salito da 751 milioni del 2008 a 7.827 milioni di euro del 2012: +942 per cento. Già alla fine del 2012, come rivelava un rapporto Istat, le esportazioni italiane di oro non monetario, in modo particolare verso la Svizzera, erano fortemente aumentate.

Una crisi di fiducia

Il boom dei compro-oro sembra però già finito. La causa è la caduta verticale del prezzo dell’oro, che all’inizio dell’anno scorso si vendeva, puro, a 44 euro al grammo e adesso è quotato attorno ai 29. Così, i circa 20mila “compro-oro” presenti oggi in Italia, alla fine del 2013, hanno registrato un crollo del 140 per cento del giro di affari. Nella scorsa primavera alcuni esercizi hanno perso fino a 60mila euro per la differenza di prezzo tra il momento in cui compravano l’oro e quello in cui lo rivendevano a una fonderia. E molte fra le stesse fonderie, meglio note come “banchi metalli”, hanno subito perdite di centinaia di migliaia di euro tra il momento nel quale acquistavano la merce all’ingrosso dai “compro oro” e quello in cui la trasformavano in lingotti in Svizzera, a Londra e a New York. Un intero settore prodotto dalla recessione, dunque, conosce ora una crisi rapida come l’ascesa che l’aveva preceduta. Nonostante i venti di crisi sul settore, resta il fatto che le esportazioni italiane di oro sono aumentate negli ultimi anni.

Ma dietro questi dati, relativi a quella che si regista come una “crescita”, si cela l’impoverimento degli italiani, che hanno iniziato a vendere i loro oggetti d’oro per sopravvivere alla crisi. Alla fine del 2012 la ricchezza delle famiglie, ovvero la somma di attività reali (abitazioni, terreni, eccetera) e di attività finanziarie (depositi, titoli, azioni), al netto delle passività finanziarie (mutui, prestiti), era pari a 8.542 miliardi di euro. Questa ricchezza netta complessiva è diminuita di 51 miliardi di euro (-0,6 per cento) tra la fine del 2011 e la fine del 2012, ovvero del 2,9 per cento rispetto alla fine del 2011. E, risalendo al 2007, il calo è pari al 9 per cento. I dati più recenti non consentono neanche un cauto ottimismo. Dopo una sostanziale stabilizzazione nella seconda metà del 2013, l’economia italiana è tornata a indebolirsi. La persistenza della crisi, unita all’affievolirsi dei sistemi di protezione sociale, estendono l’area della povertà anche a fasce di popolazione che in precedenza non ne erano toccate. Alla diminuzione del reddito disponibile e della ricchezza si accompagna una importante perdita del potere d’acquisto e un calo significativo della spesa per consumi, sempre meno sostenuta dal ricorso ai risparmi.

Per il 96 per cento degli italiani la crisi è ancora in atto e per il 60 per cento continuerà il prossimo anno. Una visione così pessimistica è condivisa solo dal 42 per cento della popolazione in Germania, dal 56 per cento in Inghilterra, dal 78 per cento in Spagna e dall’87 per cento in Francia. I dati emergono dalla recente survey Global Consumer Confidence” di Nielsen, relativa al terzo trimestre 2014, condotta su un campione di 30mila individui in 60 nazioni, e rivelano una piena consapevolezza. La situazione economica del paese è difatti la prima preoccupazione per il 13 per cento degli italiani, pronti, sì, a vendere i propri valori per far fronte alle urgenze, ma solo in misura del 13 per cento disposti a fare acquisti di qualsiasi genere. Rinunciano difatti ai vestiti, con un taglio della spesa del 65 per cento rispetto al 59 per cento del trimestre precedente, ai pasti fuori casa (63 per cento contro il 58 per cento), agli alimenti di marca (58 per cento contro il 54 per cento). Sostenute le spese strettamente necessarie, il 39 per cento ritiene giusto destinare ciò che rimane a forme di risparmio. Una personale spending review, in attesa di tempi migliori.

*La ricerca su cui si basa questo articolo è stata condotta dall’autrice insieme al prof Mario Centorrino, scomparso il 18 agosto 2014

Rosamaria Alibrandi, PH.D. in Storia delle Istituzioni Giuridiche dell’Età Medievale e Moderna presso l’Università di Messina, ha conseguito un ulteriore dottorato internazionale in Storia e Comparazione degli Ordinamenti Politici e Giuridici Europei. Si occupa di storia del diritto e delle istituzioni e di legislazione sanitaria. E’ autrice di monografie e di saggi apparsi su riviste nazionali e internazionali; collabora con vari periodici. Tra le sue pubblicazioni, In salute e in malattia. Le leggi sanitarie borboniche fra Settecento e Ottocento (Franco Angeli); Germs of Revolutions, Germes de Liberté (La Città del Sole).
Altri articoli di Rosamaria Alibrandi