L’incontro di lunedì a Palazzo Chigi con il ministro per la Pubblica amministrazione Marianna Madia è finito nel peggiore dei modi. Nessuna novità rispetto all’annuncio di settembre. Nessun impegno del governo a sbloccare, con un emendamento alla legge di Stabilità, le risorse per il rinnovo dei contratti degli statali. Che rimarranno congelati anche nel 2015, per il quinto anno consecutivo. Così martedì l’esecutivo della Uil ha dichiarato lo sciopero generale proponendo a Cgil e Cisl di stabilire insieme la data e le modalità della mobilitazione. E anche Cisl Lavoro pubblico ha rotto gli indugi e annunciato lo sciopero del settore, chiedendo alle federazioni di Cgil e Uil un incontro urgente “per definire insieme la data”, entro il mese di dicembre. “Con la manifestazione di sabato 8 novembre abbiamo dato forte visibilità alla richiesta di veder valorizzato il lavoro pubblico, indicando nel rinnovo dei contratti nazionali il primo indispensabile atto”, si legge nella nota del coordinatore Francesco Scrima. A fronte della “totale indisponibilità” del governo “si impone la necessità di avviare una nuova fase di mobilitazione unitaria”.

Un appello che chiama in causa in primo luogo il sindacato di Susanna Camusso, che ha proclamato lo sciopero generale contro la manovra e il Jobs Act per il 5 dicembre e fin dall’inizio ha invitato le altre sigle a convergere su quella data. Su cui però pende la parziale censura dell’Autorità di garanzia per gli scioperi, che ha fatto sapere che alcuni settori, in particolare quello ferroviario, dovranno essere esclusi dall’astensione dal lavoro. Per di più finora la Cgil ha incassato solo il sì dell’Ugl, mentre il segretario generale Cisl Annamaria Furlan aveva definito lo sciopero “strumento non adatto per ottenere i risultati”. Salvo poi riconoscere che l’incontro con Madia “non è andato bene” e “se le categorie pubbliche riterranno di dover utilizzare anche lo strumento dello sciopero fanno bene, perché il contratto è un diritto dei lavoratori”. Insomma: il comparto del lavoro pubblico, quello in cui il sindacato bianco è più forte, fare eccezione alla regola secondo cui Cisl, come rivendicato dalla neo segretaria, privilegia “la contrattazione, il confronto, il dialogo”.

Dal leader Uil Carmelo Barbagallo era arrivata invece una risposta attendista, ma dopo il vertice con il ministro Madia l’esecutivo nazionale ha deciso la rottura. “Nessuna disponibilità è giunta dal governo a proposito del rinnovo dei contratti nel pubblico impiego”, si legge nella nota. “Nessuna risposta è stata data sulla richiesta degli 80 euro ai pensionati, né sul ripristino della rivalutazione delle pensioni né, tantomeno, sui non autosufficienti“. Inoltre “resta nebulosa tutta la partita relativa al Jobs Act, con il rischio concreto che siano messi in discussione le tutele per quei lavoratori che già le hanno. Mancano, poi, le risorse necessarie a garantire una continuità agli ammortizzatori sociali, per la protezione di coloro che rischiano la perdita del posto di lavoro”. Nella legge di stabilità, infine, “permangono forti contraddizioni che impediscono di immaginare un progetto di rilancio del Paese, a partire dal Sud, mentre per le imprese si prevede una riduzione indiscriminata dell’Irap, che non premia chi fa innovazione e occupazione”. Inoltre “la stessa auspicata riduzione delle tasse sul lavoro può perdere peso e sostanza a fronte di un incremento della tassazione locale, oltreché sul Tfr o sui fondi pensione”. Da qui la decisione dello sciopero.