Gordon_tullockL’Economista Gordon Tullock è venuto a mancare il 3 novembre. È stato, assieme a James Buchanan, il padre di una scuola di pensiero nota come public choice (“scelta pubblica”), per distinguerla dalla scuola più tradizionale e dominante nota come “social choice”. Tradizionalmente si assume un mercato che genera “fallimenti”, quali i costi ambientali, i monopoli, squilibri distributivi, disoccupazione ecc. A questo si contrappone una azione pubblica che, intervenendo con aggiustamenti normativi e fiscali, corregge tali fallimenti. E tutti viviamo felici. La public choice ha contestato questo approccio: anche i decisori politici “falliscono” nei loro interventi, e occorre capire perché, con uno sforzo intellettuale non inferiore a quello speso per capire i fallimenti del mercato.  

La categoria logica principale che fa capo a questa scuola è la “cattura”: i decisori politici sono mossi da obiettivi concreti, che raramente coincidono con astratti obiettivi sociali. Alcuni sono legittimi, e sono alla base della democrazia: essere rieletti e avere il consenso di particolari gruppi di elettori. Poi ci sono obiettivi “opachi” ma non illegittimi, come raccogliere fondi per le campagne elettorali. Infine vi sono obiettivi illegittimi, di cui noi abbiamo ampia esperienza e di cui ha sofferto anche la vita politica americana . Questa analisi si è dimostrata densa di conseguenze pratiche che costituiscono la più rilevante evoluzione delle politiche pubbliche attuali: la creazione di organismi “terzi” (le autorità indipendenti di regolazione) che riducano l’arbitrio dei politici eletti. Le autorità antitrust ne sono l’esempio più noto, ed esistono solo perché si assume che i politici siano soggetti a “cattura” da parte delle imprese monopolistiche.

Tullock (e Buchanan, vincitore di un Nobel che avrebbe dovuto essere almeno condiviso) era un uomo decisamente di destra, favorevole allo “stato minimo”, e con una fede ideologica nel mercato. Ma le idee di questi due studiosi (e chi scrive ebbe la fortuna di discuterne con Buchanan), costituiscono strumenti formidabili di analisi per visioni politiche diverse. E non soltanto di analisi: l’intera politica che si basa sulla regolazione indipendente discende dalle loro riflessioni.

il Fatto Quotidiano, 12 Novembre 2014