Aggiornamento del 14 novembre 2014

Ricevo e pubblico – come richiesto dall’interessato – la nota di replica e approfondimento scritta del prof. Enzo Boschi, presidente dell’INGV all’epoca dei fatti. Risponderò nel terzo ed ultimo post che dedicherò nei prossimi giorni all’argomento.

Bertolaso per il verificarsi di scosse importanti, nei giorni immediatamente successivi al 6 aprile 2009, in prossimità della diga di Campotosto decise, per motivi di ordine pubblico, di tenere la cosa riservata e di -ridurre il livello dell’acqua nella diga -chiedere alla Commissione Grandi Rischi di valutare il rischio di crollo. Penso che temesse di accentuare ulteriormente il panico che già si stava diffondendo in buona parte dell’Abruzzo, come può essere verificato sui giornali di quei giorni. È in questo contesto che avviene la mia telefonata del 9 aprile, tre giorni dopo il terremoto. Per valutarla si tenga presente che la comunicazione era per legge compito esclusivo della PC. Inoltre i Ricercatori e il sottoscritto operano con la PC su base puramente volontaria.  Di qui la rassicurazione che avremmo continuato a collaborare.
In CGR simulammo al computer il comportamento della diga sotto sollecitazioni crescenti e raggiungemmo la convinzione (con le dita incrociate) che avrebbe retto anche a scosse più forti di quella del 6 aprile. Fu un’operazione tecnicamente complessa ma ci riuscimmo in qualche giorno. Considero questa una delle migliori operazioni di PC a cui mi sia capitato di partecipare nella mia lunga carriera.

Con Bertolaso avevo un rapporto tutt’altro che idilliaco perché consideravo la Scienza superiore a qualunque Dipartimento operativo, anche se lui aveva una visione diametralmente opposta.  Non a caso cercò in varie occasioni di sostituirmi alla presidenza INGV con un uomo di sua fiducia.

Comunque nelle emergenze deve esserci un solo centro decisionale, che ha tutti i poteri e anche tutte le responsabilità operative,  altrimenti il caos aumenta aumentando i rischi per la gente. Da qui la mia dichiarazione di disponibilità espressa  il 9 aprile, nel momento più acuto della crisi. A mio giudizio la gestione dell’emergenza nelle settimane immediatamente successive al terremoto del 6 aprile è stata esemplare.

Non ho competenze sociologiche e mi piacerebbe conoscere la sua opinione su quanto le ho scritto.

Enzo Boschi

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Davanti a vicende come quella del terremoto dell’Aquila il mestiere del sociologo si fa dannatamente complicato: è forte, infatti, la tentazione di mescolare opinioni all’analisi empirica. A volte, che è peggio, le convinzioni personali diventano un bagaglio così ingombrante da compromettere il nitore con cui lo scienziato è chiamato a osservare fatti e fenomeni sociali, facendogli dimenticare che qualsiasi interpretazione non può prescindere dal rispetto e dalla costante verifica di quelle prescrizioni metodologiche che attribuiscono ai risultati ottenuti i requisiti che la ricerca sociale esige in quanto ricerca scientifica: uno su tutti, che le tesi devono poggiare su un ampio, solido e chiaro quadro indiziario.

Per parlare seriamente de L’Aquila, non basta separare l’analisi scientifica dalle opinioni e dalle emozioni (che non sono poche, quando ci sono vittime innocenti). Occorre anche domandarsi se l’impianto accusatorio sia ben costruito, dunque se esistono dei profili di colpa in funzione dei quali è legittimo infliggere una sanzione, e, buon ultimo, valutare implicazioni e ripercussioni sociali della vicenda, a prescindere dalla loro rilevanza penale. Logica giuridica e logica sociologica hanno molti più punti in comune di quanto spesso gli stessi giuristi e sociologi ammettano, ma non sono la stessa cosa.

Prima di addentrarmi nella questione da un punto di vista tecnico, ritengo salubre separare i fatti dalle opinioni, dichiarando a grandi linee le mie. Vorrei così raccogliere qui il dibattito con voi lettori intorno a come la pensiamo, preservando gli spazi successivi a commenti e critiche (sempre benvenute) puntuali e argomentate.

aquila-terremoto

La mia prima reazione all’assoluzione, da uomo della strada, se non avessi studiato la vicenda per anni, sarebbe stata: è la solita porcata all’italiana, in questo paese nessuno è mai colpevole. Lasciando al prossimo post la discussione critica di questa affermazione, qui aggiungo un altro aspetto, poco discusso, ma non meno rilevante: il caso de L’Aquila esprime in maniera paradigmatica il forte collateralismo tra le istituzioni politiche e quelle scientifiche direttamente coinvolte. È la teoria della selezione delle élites: in poche parole, in determinati contesti organizzativi e istituzionali, non si arriva alle posizioni apicali senza aver accumulato un certo tipo di capitale sociale (reti, conoscenze personali, fiducia reciproca, crediti, favori, ecc.), che verrà poi utilizzato al bisogno per – fuor di metafora – ‘pararsi il culo’ a vicenda. Prescindendo dalla rilevanza penale del fatto, questa cosa è tanto comune quanto eticamente ripugnante.

A cosa serviva davvero la riunione della Commissione Grandi Rischi convocata per il 31 marzo 2009? L’idea che mi sono fatto è che servisse a disinnescare mediaticamente un ordigno altrettanto mediaticamente caricato: la voce di uno, Giuliani, che andava gridando che i terremoti si potevano prevedere, tanto che la domenica prima aveva chiamato il sindaco di Sulmona anticipandogli una scossa devastante (mai verificatasi). Il problema è che Giuliani non è uno scienziato, tantomeno un sismologo. Un altro problema è che non grida nel deserto, ma in una fertile, per quanto locale, oasi mediatica (solo dopo la scossa fatale avrà visibilità nazionale e internazionale): i giornali e le tv locali parlano di lui da mesi, come di un ricercatore (non è vero) che dice di prevedere i terremoti (non è possibile allo stato delle conoscenze attuali).

Cresciuto alla scuola politica del berlusconismo, massimo esempio di dirigismo pre-renziano, Bertolaso è in preda ad “‘un’ossessione da “panico di massa”» [De Marchi 2013], teme che Giuliani abbia più presa della Protezione Civile sulla popolazione, e che questa, credendogli, smetta di dare ascolto alle istruzioni fornite dalle istituzioni (“convivete con la realtà sismica del vostro territorio”) e prenda, putacaso, a evacuare a ogni scossa, generando il caos.

Tali motivazioni non giustificano il comportamento di Bertolaso, ma lo rendono quantomeno razionalmente comprensibile. Perché gli scienziati gli siano andati dietro comprensibile non lo è affatto, se si esclude l’ipotesi del collateralismo o quella, che non intendo nemmeno prendere in considerazione, dell’incapacità a decodificare cosa la Protezione Civile stesse indebitamente pretendendo da loro.

D’altro canto, una tra le più vivide prove del collateralismo tra i soggetti coinvolti, lato politica e lato scienza, emerge da una seconda intercettazione telefonica, datata 9 aprile 2009, questa volta tra Bertolaso e il prof. Boschi, all’epoca presidente dell’INGV. Preoccupato della tenuta della diga di Campotosto in caso di una seconda forte scossa, Bertolaso spiega a Boschi che la vera ragione della riunione della CGR prevista per quel giorno non deve essere rivelata al pubblico («la verità non la si dice»), fornendo così nuove prove a favore dell’ipotesi dell’«ossessione da panico di massa» [De Marchi 2013]. Per niente scandalizzato dall’ingerenza di un esponente politico, anziché argomentare in favore del diritto all’informazione dei cittadini abruzzesi, Boschi reagisce sottolineando che «il nostro è un atteggiamento estremamente cooperativo, facciamo un comunicato stampa che prima sottoponiamo alla tua attenzione».

Ecco, da scienziato sociale ero certo che in punta di diritto la sentenza di primo grado non avrebbe retto all’appello (argomenterò nel post successivo), ma da cittadino mi sentirei enormemente più tutelato se gli esponenti scientifici con ruoli istituzionali andassero meno a braccetto con la politica, sollevando ogni tanto qualche obiezione. Saremo un paese migliore il giorno in cui suonerà finalmente pleonastico ricordare che la vita dei cittadini è più importante di una fitta rete d’amicizie nei salotti del potere.

(segue)