Go to heaven, Wright”. Sono davvero queste le parole pronunciate sul finale del brano che chiude definitivamente – o almeno così pare – il capitolo Pink Floyd? Magari è solo autoconvinzione, ma una volta intercettate si sente il sangue gelarsi nelle vene e per un istante la razionalità vacilla facendo scomparire ogni speranza di oggettività nei confronti di un lavoro sicuramente controverso. La notizia di un nuovo album dei Pink Floyd era stata data nel luglio scorso, via Twitter, dalla moglie di David Gilmour, prendendo in contropiede lo stesso entourage della band, oltre che milioni di fan che mai si sarebbero aspettati un nuovo lavoro, soprattutto dopo la scomparsa del tastierista Richard Wright nel 2008. Nel suo tweet Polly Samson definiva il disco in uscita – peccando d’esagerazione – il “Canto del cigno” di Wright e nelle numerose interviste rilasciate recentemente da Gilmour e Mason, viene ribadito che The Endless River – uscito oggi – è un tributo al tastierista, definito da Gilmour “a gentle soul” e il cui contributo alla costruzione del sound dei Pink Floyd è stato spesso sottovalutato.

Al di là di tutto il bagaglio emotivo che The Endless River si porta dietro, bisogna però fare lo sforzo di capire come si siano sviluppati i lavori e i fatti che hanno portato a quest’atto finale. Le radici dell’album si ricollegano a The Division Bell (1994) non solo perché il titolo, The Endless River, richiama uno degli ultimi versi di High Hopes – brano che fino ad oggi si pensava fosse la perfetta chiusura di una storia unica ed irripetibile – ma anche perché l’origine di quasi tutti i brani risale al tempo in cui la band lavorava a The Division Bell.

Si tratta di una storia leggermente articolata, che unisce l’analogico alle nuove tecniche messe a disposizione da una tecnologia che ovviamente non è la stessa di inizio anni novanta. Nel 1993, durante le session per The Division Bell, il materiale prodotto fu talmente tanto che si pensò di far uscire il disco come album doppio, dove il secondo avrebbe contenuto solo parti strumentali. L’idea venne accantonata per mancanza di tempo e le outtakes – che erano il frutto di lunghe jam session – vennero in seguito riunite dal tecnico del suono Andy Jackson e catalogate sotto il titolo The Big Spliff. Nel 2012, mentre Gilmour è a lavoro al suo nuovo disco, si imbatte nelle registrazioni di The Big Spliff e – mosso anche da un senso di profonda nostalgia nel sentire le costruzioni di Wright – decide di mettere mano su quel materiale. Il processo di sviluppo si articola in diversi passaggi che prima di Gilmour e Mason vedono all’opera l’ingegnere del suono Andy Jackson e il musicista e co-produttore di The Endless River Phil Manzanera, entrambi impegnati in un’iniziale e fondamentale selezione del materiale che da venti ore di musica verrà ridotto ad un primo progetto concettuale diviso in quattro parti, della durata di un’ora. Questa prima versione del disco verrà poi ascoltata da Gilmour prima e Mason poi, i quali avrebbero successivamente effettuato delle sovraincisioni per poi passare il lavoro nelle abili mani di Martin Glover.

Che disco è The Endless River? Un piccolo estratto da Inside Out, la biografia di Mason ci chiarisce il quadro, svelando quali fossero le linee base di riff e patterns presenti in The Big Spliff, riff e concetti che sarebbero poi confluiti in The Endless River: “Some rather similar, some nearly identifiable as old songs of ours, some clearly subliminal reinventions of well-known songs”. E così è, a partire dall’iniziale Things Left Unsaid, che riprende il montaggio di parlati di Speak To Me, con la differenza che in questo caso le voci (che sono estratti di interviste) sono quelle dei tre Pink Floyd: “There’s certainly an unspoken understanding” (Wright), “There’s a lot of things unsaid” (Gilmour), “We shout and argue like everyone else. The sum is better thant the parts” (Mason); un collage che centra il fulcro di una storia fatta non solo di successi planetari.

Il collage si chiude con un suono simile ad un’implosione per poi accompagnare l’ascoltatore alle porte del viaggio. Sono sonorità familiari – che immediatamente rimandano alle sospensioni di Cluster One – con le tastiere di Wright che modellano, accordo dopo accordo, un paesaggio astrale sul quale Gilmour costruisce percorsi fluttuanti fatti di note lunghe create con l’effetto Ebow. Sarà un viaggio caratterizzato da continui rimandi sonori alla storia dei Pink Floyd: dalla successiva It’s What We Do che si riallaccia a Welcome To The Machine e Shine On You Crazy Diamond (Part 6-9) è una continua immersione nei vecchi brani della band.

Sum richiama nuovamente Cluster One prima di perdersi nel taglio sostenuto di One Of These Days. Skins – che come si può dedurre dal titolo stesso vede la batteria di Mason nel ruolo principale – è un tuffo nelle sonorità di Ummagumma, mentre in “Talkin’ Hawkin’” ritorna il parlato di Howkin’ che fu protagonista in Keep Talking. I rimandi sono continui e a volte riemergono dal retaggio ambient che li accoglie. In Night Light ci sono addirittura passaggi identici ad alcuni momenti del disco solistico di Gilmour, On An Island, mentre la successiva Allons-y (1) ci sbalza nuovamente indietro nel tempo fino a The Wall, riprendendo il riff di Run Like Hell ed alcuni passaggi di Another brick In The Wall.

Il momento migliore – ed emotivamente più toccante – del disco resta “Autumn ’68”, che porta un titolo simile al brano scritto da Wright per Atom Heart Mother: si tratta di un piccolissimo passaggio che fa parte di una registrazione effettuata nel giugno del 1969, quando all’interno della Royal Albert Hall Wright diede vita ad un lungo componimento eseguito con l’organo a canne del teatro. Dall’altra parte Anisina – parola che in turco significa “in memoria di” – appare debole pur nel sentito tentativo di voler omaggiare, probabilmente, Richard Wright: la progressione accordale che Gilmour costruisce al piano è semplice e si lascia al clarinetto di Gilad Atzmon e alle note alte della chitarra di Gilmour la costruzione del crescendo.

Il singolo Louder Than Words è l’unico brano cantato del disco, ed attraverso i suoi versi – scritti da Polly Samson – si cerca di incorniciare la storia umana della band e la potenza di una passione che sovrasta ogni elemento negativo (“Your favourite blues / Gonna tap out the rhythm”). Si mettono le carte in tavola, si tenta di far pace con un passato molto più che travagliato. The Endless River – per buona parte caratterizzato da composizioni lunghe meno di due minuti – è un’eccellente raccolta di idee e l’aspetto che lacera di più l’animo è che queste idee non siano destinate a germogliare perché, come spesso ripetuto dai protagonisti (e adesso scolpito in Louder Than Words) “i Pink Floyd sono più grandi della somma delle parti che li compongono” e Richard Wright pur essendo nell’album, non ha comunque potuto prendere parte al progetto. Ecco perché all’inevitabile entusiasmo che accompagna questa scena ultima di una delle band che ha segnato indelebilmente la storia della musica, fa eco un senso di amarezza nel prendere atto che la storia si sia chiusa definitivamente; e ad essere sinceri per qualcuno quella storia si era completamente conclusa già con The Division Bell, dove tutti i tre Pink Floyd avevano avuto parte attiva nella lavorazione.  Così come The Division Bell permise ad una nuova generazione di avvicinarsi ad un gruppo dalle molteplici reincarnazioni, allo stesso modo venti anni dopo, The Endless River – che raccolga o meno i giudizi positivi della critica e di un certo pubblico – contribuirà ad avvicinare una nuova generazione.