La decisione è attesa a giorni. Se i giudici dovessero dargli ragione, Fabio Savi potrebbe tecnicamente uscire di prigione molto presto, forse anche subito. Il cosiddetto “Lungo” della banda della Uno Bianca (e l’unico non poliziotto) che tra il 1987 e il 1994 terrorizzò l’Emilia Romagna e le Marche con una spaventosa scia di 24 omicidi e quasi 100 rapine, ha chiesto di ottenere una sostanziosa riduzione di pena, grazie a una applicazione retroattiva degli sconti previsti dal rito abbreviato. La richiesta, cui mercoledì 5 novembre si è opposto il procuratore aggiunto di Bologna Valter Giovannini, è quella di commutare in 30 anni di reclusione l’ergastolo inflitto a Savi nel 1998. “La pena, anche se passata in giudicato, può essere modificata. Allora, al tempo del processo, il rito abbreviato non poteva essere chiesto da Savi perché non era in vigore per i reati che avessero previsto l’ergastolo”, spiega a ilfattoquotidiano.it Ada Maria Barbanera, avvocato di Savi. “Ora però vorremmo che Savi fosse trattato come se allora avesse chiesto quel rito”. Così se Savi dovesse vincere il suo ricorso, avendo già scontato 20 anni di galera, la buona condotta dietro le sbarre e l’indulto gli consentirebbero di vedersi molto presto spalancare le porte del carcere.

La battaglia del pluri-omicida Savi è tutta tecnica e deriva dalla sentenza Scoppola della Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo (la cosiddetta Cedu). I giudici internazionali nel 2009 hanno infatti imposto allo Stato italiano di sostituire la pena dell’ergastolo con i 30 anni nei confronti di un detenuto condannato per omicidio: Franco Scoppola appunto. Il giudizio abbreviato, inserito in Italia con la riforma della procedura penale nel 1989 e che dà diritto allo sconto di un terzo della pena, fino al dicembre 1999 non era utilizzabile nei processi che prevedessero la pena dell’ergastolo. Nel dicembre 1999 una modifica (legge 479) inserì la possibilità del rito anche per i reati puniti con l’ergastolo, con la previsione di uno sconto automatico a 30 anni di reclusione. Nel novembre 2000 la norma cambierà ancora, ma è proprio su quegli 11 mesi tra il 1999 e il 2000 che ora l’avvocato di Savi punta per ottenere la revisione, secondo il principio “della legge posteriore più favorevole”. Il richiamo dell’avvocato di Fabio Savi è all’articolo 3 della Costituzione italiana, quello che prevede che tutti i cittadini “sono uguali di fronte alla legge”. Dunque, è il ragionamento della difesa, ci sarebbe una discriminazione tra chi come Savi non poteva richiedere il rito abbreviato e quindi l’automatica riduzione della pena a 30 anni e chi, giudicato tra dicembre 1999 e novembre 2000, si è potuto avvalere di questa agevolazione.

Il procuratore aggiunto Valter Giovannini, che nel 1998 rappresentò l’accusa e fece condannare dalla Corte d’assise di Bologna Fabio Savi e i suoi fratelli Roberto e Alberto, davanti al giudice Michele Leoni e ad altri giudici popolari (anche in questo caso si tratta di una corte d’Assise) ha chiesto l’inammissibilità dell’istanza in base al principio che allora, ai tempi del processo (che vide la celebrazione di 100 udienze), non ci fu istanza per un giudizio abbreviato (mentre nel caso Scoppola la richiesta c’è) e che il processo per gli omicidi della Uno Bianca non avvenne in quegli 11 mesi di vigenza della legge 479, ma prima. Il pm ha poi sostenuto che con l’applicazione automatica per questo tipo di istanze, in Italia verrebbe di fatto abrogato l’ergastolo.