Nino Formicola, in arte Gaspare, prepara un panino al prosciutto con gran cura. L’orario non è canonico, ma piuttosto artistico. Fuori c’è poco traffico, nonostante lo sciopero dei mezzi, che a Milano significa caos certo. Una di quelle ore della giornata in cui non si ha voglia di niente. In casa c’è anche un bar con le bottiglie a vista e un bancone di vimini, ma anche per bere è troppo presto, o troppo tardi, a seconda di come la si vuol vedere. Un po’ come quando uno decide di scrivere la sua biografia; ci sarà mai un momento giusto? Il momento giusto è arrivato esattamente un anno dopo la morte di Andrea Brambilla, in arte Zuzzurro

e quel giorno è morto anche Gaspare, perché senza Zuzzurro Gaspare non esiste .

Formicola ha appena mandato in libreria Io sono quello senza barba, dove racconta la storia di Zuzzurro e Gaspare, un sodalizio che attraversa i destini incrociati della Tv e del cabaret di casa nostra. “Non mi aspettavo che scriverlo fosse così faticoso. Per la prima volta mi sono dovuto voltare indietro e mi sono accorto che in questi quarant’anni io e Andrea non avevamo mai rimpianto il passato, ma pensavamo sempre alla prossima avventura. Anche l’ultima volta che ci siamo visti, all’ospedale, progettavamo il Tutto Shakespeare in 90 minuti che sto portando in teatro assieme ad Alessandro Benvenuti.   

Andrea ne sarebbe soddisfatto?
Francamente, credo di sì. Andrea era un rompiballe perfezionista, ma questo Shakespeare è riuscito proprio bene. Si morderà le mani a non esserci.  

Perché ha deciso di scrivere questo libro?   
Non l’ho deciso! Dopo la morte di Andrea nel giro di tre giorni tre editori mi hanno fatto la stessa proposta. A quel punto ho capito che la cosa poteva interessare davvero e ho chiamato il mio amico Faletti: ‘Giorgio, dammi il numero del tuo agente letterario’. Alla fine ho firmato con la Rizzoli; ma la cosa buffa è che l’unico editore a cui non interessava era la Mondadori.  

Strano, no? 
Mica tanto. È da un pezzo che siamo stati abbandonati anche dalle televisioni Mediaset.   

Eravate diventati fuori moda?
Temo di sì, e non da oggi. Fin dai tempi di Emilio, che fu il nostro capolavoro, i nostri programmi hanno sempre avuto un solo sponsor, Silvio Berlusconi.  

Poi Berlusconi è passato alla politica.

E da quel momento a Mediaset nulla è stato più come prima.

Per forza, faceva tutto lui.
Non solo per quello. Dalla metà degli Anni 90 le Tv commerciali perdono la loro forza innovativa. La dittatura degli ascolti diventa implacabile e a Mediaset tutto il potere passa alla concessionaria degli spazi pubblicitari.   

E oggi?
È ancora peggio. Oggi i programmi non si possono più nemmeno pensare, senza l’ok preventivo della pubblicità.   

Torniamo indietro fino al Derby e al Refettorio, i santuari del cabaret milanese degli Anni 70. Che cos’è cambiato da allora? 
Praticamente tutto. Intanto a Milano c’era la nebbia. Quando uscivi alle tre di notte non ci vedevi una mazza. Poi in quei locali non c’erano solo i comici ma anche i cantanti, i fantasisti… Erano posti per nottambuli dove si poteva cenare, ballare, e soprattutto conoscere altri nottambuli. Io e Andrea ci siamo conosciuti tirando l’alba al Refettorio.   

Oggi non c’è più niente del genere… 
Direi proprio di no. Oggi c’è Facebook.   

Allora le strade del cabaret e della televisione erano rigidamente separate.
Nel 1977 abbiamo fatto Non stop con quel genio di Enzo Trapani, la gente ci fermava per strada e ci chiedeva ‘ma voi che lavoro fate?’. Nessuno ci conosceva come cabarettisti di professione. Per forza: allora la Tv era una vetrina per i più bravi, non il trampolino per quelli che non
sanno fare niente.   

Così avete ripreso a fare teatro fino a che sono esplose le reti private.
La vera svolta fu quella di Antenna 3 insieme con Boldi e Teocoli. Nel 1983 Berlusconi ci volle a Drivein perché Massimo e Teo gli piacevano, ma soprattutto perché non poteva permettersi di lasciarli alla concorrenza: facevano gli ascolti più alti in tutto il Nord Italia.   

Qualche selfie dall’album dei ricordi. Gianfranco Funari
Un mito. Genialità e teatralità uniche. Gli mancava la cultura per essere un fuoriclasse assoluto ma a lui andava bene così. È sempre stato della scuola di Beppe Recchia: invece di passare alla storia, meglio passare alla cassa.   

Giorgio Faletti. 

Un talento straordinario e multiforme; ma ogni volta che ha scelto un mezzo espressivo nuovo è sempre stato guardato con sospetto invece che con ammirazione

L’esempio più clamoroso di come in Italia non si scenda mai in profondità e tutti siano condannati a ripetere se stessi.   

Pippo Baudo.
Pippo avrà tutti i difetti del mondo, ma ha due balle così. Sfido chiunque a rompere un contratto
miliardario con Mediaset, come fece lui nel 1987 appena capì che il suo ruolo non era chiaro e in troppi gli facevano la guerra. Così, senza dire niente a nessuno, annunciò il suo addio in diretta su Canale 5.  

Antonio Ricci.
Ad Antonio devo fare un monumento. In quest’anno mi è stato davvero vicino, e non me l’aspettavo. Tutti dicono: Ricci il luciferino, il diabolico… in realtà non è affatto così, anche se lui ci terrebbe tanto.   

Chiudiamo con Silvio. 
Cosa vuole che le dica? Non è un caso che tutti i collaboratori della prima ora rimpiangano il Berlusconi televisivo. E dire che in quegli anni nei salotti buoni non se lo filava nessuno.   

Ma quando è sceso in campo ha cambiato compagnia.   

Del Berlusconi politico so poco. Ma le assicuro che, contrariamente a quel che si crede, Berlusconi non ama gli yes men. Ama i tipi svegli e brillanti, purché stiano un passo indietro

Se sono svegli davvero, non saranno felicissimi.
Questo è vero. Infatti a un certo punto scappano tutti.   

Come trova la Tv di oggi?
Triste. Per mancanza di soldi ma anche di idee. La Tv è prima di tutto immagine, e oggi l’unica rete che ha un’identità d’immagine è Sky.   

Tra i comici chi le piace? 
Corrado Guzzanti, un genio. Crozza, più che altro lo invidio. Avere davanti il bersaglio della tua satira in carne e ossa, in più costretto a ridere delle tue battute… Per un comico non c’è maggior libidine.   

Chi non le piace? 

Quelli di Zelig sono comici democristiani.

Se chiudo gli occhi, mi sembra sempre di sentire il Gino Bramieri degli anni Sessanta.   

Va di moda ripescare le vecchie glorie nei reality. Se le chiedessero di partecipare all’Isola dei famosi?
Piuttosto vado a raccogliere le banane. Se dovevo vendere l’anima al diavolo, la vendevo prima. E il prezzo lo facevo io.

Da Il Fatto Quotidiano del 31 ottobre 2014