Le trattative, le manifestazioni, le manganellate. Queste le ultime fotografie di una vicenda, quella degli Acciai speciali Terni, che da anni tiene con il fiato sospeso i 2.800 operai dello stabilimento del gruppo ThyssenKrupp. Dietro all’escalation di tensione degli ultimi giorni, c’è una storia recente fatta di diversi tentativi di disimpegno da parte dell’azienda, passaggi di mano, clamorose marce indietro, presunte speculazioni finanziarie. Una vicenda che, a volte, sembra un déjà vu, con altri annunci di esuberi, altri cortei, altre manganellate. E di questa storia bisogna ancora scrivere il finale, con l’ipotesi peggiore, quella della chiusura dello stabilimento, che porterebbe con sé, oltre al dramma sociale che preoccupa i lavoratori, anche il rischio di una bolla speculativa sul prezzo dell’acciaio inox.

Per capire cosa sta succedendo oggi, dunque, occorre fare un passo indietro. Fondato nel 1884, l’impianto di Terni, per decenni sotto il controllo dell’Iri, nel 1988 è stato ceduto all’Ilva. Anche se, per la definitiva privatizzazione, si è dovuto attendere il 1994, con il passaggio nelle mani della cordata Falck, Agarini, Riva e Krupp. L’azienda tedesca, dopo la fusione nel 2001 con Thyssen, ha poi acquisito la proprietà dell’intera Ast.

Ma non è passato molto tempo prima che la nuova dirigenza procedesse al ridimensionamento della produzione ternana. Nel gennaio del 2004, i vertici della Thyssenkrupp hanno annunciato l’intenzione di chiudere la linea del lamierino magnetico nello stabilimento umbro. E’ partita subito una trattativa per garantire continuità occupazionale ai lavoratori, ma con il passare dei mesi, in mancanza di un accordo, il futuro degli operai rimaneva incerto. Il 2 febbraio 2005 è saltato il tavolo di confronto a Palazzo Chigi: l’azienda ha chiesto la cassa integrazione per 360 dipendenti e i lavoratori hanno bloccato le merci in entrata e in uscita dallo stabilimento. Cinque giorni più tardi, la società ha posto definitivamente fine alla produzione di acciai magnetici. Dopo una grande manifestazione a Terni si sono riaperte le trattative e le parti hanno raggiunto un accordo: i lavoratori impegnati nell’attività ormai chiusa sarebbero stati riassorbiti nelle altre produzioni.

Nel maggio del 2011 la nuova svolta. Con un ulteriore, e apparentemente definitivo, segnale di disimpegno da parte dell’azienda tedesca: Thyssenkrupp ha deciso di scorporare la divisione del gruppo legata all’acciaio inossidabile. “Questo significa ridurre il debito, permettere la crescita, generare profitto e creare valore per la nostra compagnia”, spiegava all’epoca Heinrich Hiesinger, presidente della compagnia. La società, infatti, avrebbe chiuso il bilancio 2011 con 6,5 miliardi di debiti e una perdita pari a 1,78 miliardi. Così dalle costole di Thyssenkrupp è nata la divisione Inoxum, della quale faceva parte anche lo stabilimento di Terni.

Inoxum non ha tardato a trovare un acquirente: la finlandese Outokumpu, che ha firmato un accordo con Thyssenkrupp nel gennaio 2012. L’intesa prevedeva che i finlandesi versassero 2,7 miliardi di euro per acquisire la divisione dell’acciaio inossidabile, mentre i tedeschi avrebbero ottenuto il 30% della società di Espoo che puntava a diventare il primo fornitore mondiale di acciaio inox, con un fatturato di 10 miliardi di euro e una capacità di 5,5 milioni di tonnellate l’anno. Ma l’illusione di un cavaliere bianco pronto a rilanciare la produzione a Terni non è durata molto. Pochi mesi dopo, la Commissione antitrust europea ha aperto un’inchiesta, manifestando “serie potenziali preoccupazioni sotto il profilo della concorrenza in vari mercati per la produzione e la distribuzione di laminati in acciaio inossidabile, dove il nuovo gruppo avrebbe quote di mercato molto elevate”. In poche parole, Bruxelles temeva che Outokumpu potesse diventare una sorta di monopolista dell’acciaio inox in Europa. I finlandesi, allora, hanno proposto alla Commissione di cedere lo stabilimento di Terni, per evitare la bocciatura dell’accordo con Thyssenkrupp: così Ast è tornata sul mercato.

A febbraio del 2013 la lussemburghese Aperam, spin off del colosso indoeuropeo ArcelorMittal, e gli italiani Arvedi e Marcegaglia hanno annunciato di avere creato una joint venture per prendere il controllo delle acciaierie di Terni. Ma le trattative non sono andate a buon fine e sul futuro dei lavoratori è tornata l’incertezza. Il 5 giugno 2013 gli operai sono scesi in corteo per le vie di Terni, chiedendo alla proprietà di accelerare sulla vendita. Tra di loro, c’era anche il sindaco della città, Leopoldo Di Girolamo, che è rimasto ferito durante gli scontri con la polizia: ha fatto il giro dei tg l’immagine della sua testa insanguinata dopo i colpi dei manganelli. Un assaggio di quanto sarebbe successo, poco più di un anno dopo, davanti all’ambasciata tedesca di Roma.

L’attesa cessione di Ast è avvenuta, infine, solo a novembre 2013. Con un “ritorno al futuro”: il nuovo acquirente era il vecchio venditore, ancora la Thyssenkrupp. L’accordo prevedeva la cancellazione del prestito di 1,2 miliardi fatto dai tedeschi a Outokumpu e la vendita della loro partecipazione nella società finlandese, pari al 30 per cento. “E’ essenziale che il passaggio di proprietà di Ast configuri un’operazione industriale e non solo finanziaria”, ammoniva la nota del ministero dello Sviluppo economico italiano. Ancora più duri i sindacati: “E’ una vergogna che dopo tre anni si ritorni al punto di partenza e quello che ci chiediamo ora è se Thyssenkrupp sta compiendo un’operazione transitoria per poi rivendere Ast oppure no. Non vorremmo che si trattasse di una mera speculazione finanziaria”. Dietro queste parole, un sospetto neanche troppo velato: che i tedeschi fossero venuti in soccorso di Outokumpu, in difficoltà a trovare un acquirente, per evitare che saltasse anche la restante parte della cessione di Inoxum, essenziale per tenere a galla i conti della società. Insomma, il riacquisto di Ast ha dato fin da subito l’impressione di un’operazione portata a termine per costrizione, senza una vera volontà di investire.

E i fatti, neanche un anno dopo, hanno confermato questo quadro. Il 17 luglio 2014, Ast ha presentato un piano industriale “lacrime e sangue”: taglio di 550 dipendenti, spegnimento del secondo forno dell’acciaieria, rinegoziazione dei contratti aziendali, riduzione dei costi pari a 100 milioni l’anno. Poi il tentativo di trovare un accordo e la sospensione delle procedure di mobilità, a settembre. Il resto è cronaca dell’ultimo mese: l’impegno del governo annunciato ad Assisi dallo stesso premier Matteo Renzi, il fallimento della mediazione dell’esecutivo, la riapertura dell’iter dei licenziamenti, le manifestazioni, le manganellate della polizia.

Il tassello mancante, in questo quadro, rimane il prossimo futuro dei lavoratori e dello stabilimento stesso. Visti i segnali di disimpegno lanciati in questi anni da parte di Thyssenkrupp, non sembra da escludere infatti una chiusura dell’impianto ternano. Di questo scenario, oltre alle prevedibili e drammatiche conseguenze sul piano sociale, deve essere valutato anche l’impatto economico. In particolare, è necessario porre l’attenzione sulle eventuali ripercussioni sul costo dell’acciaio nel nostro Paese.

“A livello italiano, potrebbero esserci delle tensioni sui prezzi dell’acciaio inox, perché Terni vale il 40% della produzione nazionale”, spiega Andrea Dardi, analista dei mercati delle materie prime per il servizio Research di Banca Monte dei Paschi di Siena. “In passato, si sono verificate manovre speculative, basate sulla mancanza temporanea della materia prima. Sull’onda di un’eventuale chiusura di Terni, c’è chi se ne può approfittare, è già successo in altri casi”. Ma il rischio di una bolla speculativa, precisa l’analista, sarebbe limitato nel tempo e nello spazio. Nel tempo, perché “il mercato dell’acciaio è completamente aperto, se c’è un fabbisogno viene soddisfatto immediatamente dalle importazioni: è difficile pensare un fenomeno duraturo, può essere solo temporaneo”. Un’eventuale impennata dei prezzi, inoltre, riguarderebbe solo l’Italia: la produzione ternana di acciaio, aggiunge Dardi, pur avendo un’importante incidenza nel nostro Paese, è da considerarsi “relativamente trascurabile” a livello europeo e soprattutto mondiale, dove la Cina la fa da padrone. Quantificare la portata di un’eventuale bolla è impossibile, secondo l’analista, che però cita alcuni esempi storici di fenomeni speculativi nell’ambito dei metalli: tra 2000 e 2001, il prezzo del palladio, materiale usato per produrre marmitte catalitiche, aveva superato i mille dollari l’oncia, per poi crollare sotto quota 300 nel giro di pochi mesi. Un caso analogo, più recente, si è verificato a cavallo tra 2008 e 2009: il valore del cobalto, impiegato nei motori degli aerei, è aumentato di cinque volte in breve tempo. Anche in questo caso, poi, il prezzo si è sgonfiato altrettanto velocemente.