Una storica cooperativa operaia che si avvia verso il fallimento su richiesta della Procura, 103 milioni di “buco”, 600 dipendenti in bilico e 17mila soci rimasti con il cerino in mano. Mille dei quali sono già pronti a chiedere un risarcimento alla Regione Friuli Venezia Giulia, mentre altri studiano una class action nei confronti delle Coop a cui potrebbe partecipare anche il Comune di Trieste. E’ in questo quadro che lunedì 27 ottobre, in un’aula del Tribunale civile del capoluogo giuliano sotto il quale nel frattempo protestavano centinaia di risparmiatori, si è svolta l’udienza sulla richiesta di fallimento presentata dai pm Federico Frezza e Matteo Tripani per le Coop Operaie di Trieste, Istria e Friuli. L’inchiesta deflagrata una settimana fa vede indagato per falso in bilancio l’ex presidente Livio Marchetti in sella da dieci anni prima di essere esautorato dai pm. Nel mirino dei magistrati sono finite delle operazioni immobiliari infragruppo portate a termine per “gonfiare il patrimonio netto e rientrare solo fittiziamente nei parametri per il prestito sociale“, come si legge nell’atto della Procura triestina reso noto dal quotidiano Il Piccolo. In base all’attuale disciplina la raccolta di risparmio tra i soci delle coop denominata appunto prestito sociale, deve essere limitata a una cifra non superiore a cinque volte il patrimonio stesso della cooperativa.

nuovo polverone sul fenomeno dei prestiti sociali, che per le coop vale quasi 11 miliardi ma non è tutelato visto che le cooperative non sono banche e non dovrebbero agire come soggetti finanziari

Quindi secondo l’accusa la Coop Operaie ha compensato le pesanti perdite degli ultimi anni (37 milioni tra il 2007 e i primi mesi del 2014) con i proventi di cessioni avvenute solo sulla carta in quanto gli immobili venivano venduti “in casa” a società dello stesso gruppo. Un vecchio trucco praticato anche in Borsa, che sembra quindi funzionare ancora. E così a bilancio sono finiti guadagni netti (plusvalenze) “per 15 milioni su vendite di immobili ceduti internamente a società controllate al 100 per cento”. Il trucchetto che ha permesso alla coop di stare in piedi nonostante quello che il consulente tecnico incaricato dalla procura definisce “uno scenario di precaria condizione finanziaria”. Che si regge, appunto “sostanzialmente sul mantenimento del prestito sociale, il quale rappresenta la maggior parte delle passività finanziarie di breve periodo”. Di qui la richiesta di fallimento, su cui il tribunale dovrebbe esprimersi martedì. Anche se l’amministratore giudiziario Maurizio Consoli ha nel frattempo messo a punto un piano di salvataggio che vedrebbe Coop Nordest intervenire in soccorso della cugina friulana acquistando per 70-80 milioni il centro commerciale Torri d’Europa, sul quale vantano già un diritto di prelazione in seguito a un finanziamento concesso a Coop Operaie che dovrebbe essere restituito entro fine anno.

Peccato che anche i 103 milioni dei risparmiatori, ormai, esistano solo sulla carta: Consoli ha disposto la sospensione dei rimborsi “per salvare la società e conservarne il patrimonio”. Vale a dire che i 17mila soci prestatori non possono ritirarli. E il prestito sociale non è garantito fino a 100mila euro, come invece i depositi bancari, bensì solo per una somma pari al 30% di quanto versato. In questo caso a garanzia c’è una fidejussione concessa da Banca Generali. Per completare il quadro occorre aggiungere che la Regione guidata dalla vicesegretaria del Pd Debora Serracchiani in base a una legge del 2007, è tenuta a vigilare sull’attività delle cooperative. Di conseguenza il fatto che le irregolarità di gestione non siano emerse durante le revisioni svolte dal 2007 al 2013 “su incarico di Confcooperative o della Lega delle Cooperative“, come riferito dal vicepresidente della Giunta regionale Sergio Bolzonello, non fa venire meno le responsabilità politiche.

Di qui lo scontro scoppiato in regione, con il capogruppo di Sel Marino Sossi che in Consiglio comunale ha chiesto se a fare le revisioni fosse “l’usciere della Regione” e il capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale Riccardo Riccardi che ha presentato un’interrogazione per sapere “quali urgenti iniziative la Regione intenda assumere per tutelare i risparmi di 17mila consumatori triestini e gli oltre 600 dipendenti delle Cooperative Operaie di Trieste Istria e Friuli”. Dal canto suo Serracchiani ha fatto sapere di giudicare “opportuno e apprezzabile l’intervento della Procura” e di essere “a disposizione” per “rassicurare i prestatori sociali, i cooperatori e i lavoratori”. Una disponibilità tardiva e insufficiente, secondo le opposizioni. Il consigliere M5S Paolo Menis ha invitato per questo i prestatori a rivolgersi a un avvocato e a “valutare la possibilità di intentare un’azione di responsabilità nei confronti degli amministratori e dei sindaci della cooperativa”, ma anche “della Regione, per mancata vigilanza”. I soci rimasti con il cerino in mano, durante la riunione che si è svolta martedì scorso nel Palazzetto dello sport della città giuliana, hanno anche ipotizzato di avviare una class action contro le Coop “capitanata dal Comune”. Ma il sindaco Roberto Cosolini (Pd) per ora non si sbilancia sulla fattibilità dell’idea.

Forse anche perché sa bene che la vicenda triestina è destinata a sollevare un nuovo polverone sul fenomeno dei prestiti sociali, che per l’universo delle coop italiane vale quasi 11 miliardi ma non è tutelato da adeguati fondi di garanzia né soggetto alla regolamentazione della Banca d’Italia, visto che le cooperative non sono istituti di credito e non dovrebbero agire come soggetti finanziari.