Ci fanno dunque sapere che è intenzione del governo di separare la futura normativa delle unioni civili fra omosessuali da quella per le coppie di fatto eterosessuali, cui si riserverà un “diritto minimo in materia di patti di convivenza”.

E Ivan Scalfarotto, non si sa bene se come sottosegretario alle Riforme o in quanto gay, ci spiega che “gli etero hanno sempre il matrimonio come possibilità. Se due decidono di non sposarsi, non avrebbero interesse nemmeno a una unione civile dalle medesime ricadute patrimoniali”. In realtà le cose non stanno come vorrebbe farle apparire il neo-riformista Scalfarotto, da un canto condizionato da una sua personale visione, diciamo così, un po’ micro-corporativa della questione e dall’altro dalla convenienza propagandistica a sgonfiare le ragioni e le finalità di quella che appare come una precisa e ragionata scelta del governo di cui fa parte, stretto fra le pressanti istanze delle lobbies gay (arrivate, nella persona di Vladimir Luxuria, a farsi invitare ad Arcore nella sala del bunga bunga come interlocutrice e alleata politica del leader del centrodestra e della sua fidanzata) e le irriducibili pretese della chiesa cattolica apostolica romana.

La cosa più normale sarebbe stata – e non da oggi – affiancare, al classico istituto matrimoniale fra uomo e donna, l’unione civile. Vale a dire l’unione fra due persone, senza distinzione di sesso, che decidono di stare insieme perché si amano o perché semplicemente stanno bene insieme, garantendo loro alcuni diritti (e doveri), la cui mancanza è oggettivamente penalizzante e discriminatoria rispetto a chi contrae matrimonio, in materia di assistenza sanitaria e penitenziaria, contratti di locazione, obbligo alimentare, diritti nell’attività di impresa, acquisto della residenza da parte del cittadino straniero che sia parte di un patto di convivenza con un italiano, conseguenze previdenziali e pensionistiche, diritti di successione, esoneri e agevolazioni riconosciute ai militari e agli appartenenti alle forze dell’ordine, punteggi nelle graduatorie…”Anche se non si chiama matrimonio, diritti e doveri sono praticamente quelli”, afferma esultando Scalfarotto (diritti e doveri che farebbero comodo a una coppia omo: e perché non anche a una povera coppia etero che non volesse o non potesse sposarsi?).

Ma questa strada maestra – mai percorsa negli anni Sessanta e Settanta, ed evidentemente nemmeno dopo, per l’opposizione della chiesa, della sua principale tutrice, la Dc, e della destra, oltre che naturalmente per la debolezza, la viltà e gli “inciuci” dei laici – è anche oggi impedita. Da alcune organizzazioni, posizioni ed esponenti del mondo gay, che pretendono il matrimonio come quello fra uomini e donne, in tutto e per tutto, figli compresi, e dall’altra parte dalla chiesa e dai suoi residuali esponenti politici (in particolare, oggi, i cattolico-centristi alleati di governo del partito democratico di Renzi, peraltro anch’esso sostanzialmente cattolico-centrista).

Perciò, per settembre, il governo ha annunciato l’istituzione delle unioni civili – senza il matrimonio – solo per i gay, rinviando a babbo morto o alle calende greche o al mai e comunque a un “diritto minimo in materia di patti di convivenza” la questione della normativa per le coppie eterosessuali. In sostanza, i gay, che non avranno il matrimonio, godranno finalmente e giustamente della codificazione di una serie di diritti/doveri, mentre le coppie eterosessuali, che non vogliono o non possono sposarsi ma aspirerebbero legittimamente a poter sottoscrivere quei diritti/doveri, dovranno continuare a farne a meno, cioè a soffrire – come vuole e pretende madre chiesa – a meno che non si dichiarassero sconfitte, sottoponendosi all’istituto matrimoniale. “E’ quello il vero obiettivo dei vescovi, non dare diritti alle coppie eterosessuali: o ti sposi o niente”, sostiene Monica Cirinnà, senatrice del Pd, la cui proposta di legge in materia era a buon punto in commissione: già la settimana prossima si sarebbero aperti i termini per gli emendamenti.

Ma Renzi vuole fare lui, dopo l’incontro avuto a settembre, nell’ambasciata italiana presso la santa sede, con il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin e il presidente della Cei Angelo Bagnasco. Nel nuovo testo, ci sarebbero solo le unioni civili omosessuali e scomparirebbero le coppie di conviventi, omo o etero. Creando un sacco di problemi e di vuoti. “Quante coppie gay, magari non dichiarate, non vogliono sottoscrivere un’unione per non fare outing?”, si chiede la Cirinnà. “E quante donne divorziate, ad esempio, avrebbero preferito il riconoscimento di una nuova convivenza, più leggero, conservando però l’assegno di mantenimento, che con le unioni, entrando in un nuovo stato patrimoniale, si perderebbe?”.

Ecco la vera questione posta dal Sinodo e che Renzi accoglierebbe: “Non dare diritti alle coppie eterosessuali che convivono: se se gay fai le unioni. Se sei etero o ti sposi o niente”. E’ appena il caso di ricordare che negli anni Sessanta e Settanta, chi voleva cambiare il mondo – contro ogni tipo di tabù, discriminazione e ruolizzazione – si batteva per il diritto al libero amore. Era contro l’istituzionalizzazione dei sentimenti rappresentata dal matrimonio, che con le sue garanzie e certezze tradiva e comprimeva la libertà individuale…Ora le cose sono molto cambiate. In alcuni casi in meglio, in altre in peggio, nel senso della confusione e dell’ambiguità.

Negli anni Sessanta e Settanta, si diceva: il matrimonio ruolizza, uccide i sentimenti, stiamo insieme in libertà, volendo farlo giorno per giorno, finché ci va…Ma si sa, allora i giovani erano irresponsabili. Oggi, giustamente, in un mondo sempre più feroce e peraltro in una economia in profonda crisi, si pensa anche agli aspetti concreti della vita in comune, ai diritti/doveri reciproci, a un minimo di garanzie e di tutele…Perciò appare giusto e ormai improcrastinabile la regolamentazione dell’unione civile fra due persone. Perché chiamarlo per forza “matrimonio”? Perché essere costretti al matrimonio?