Sono delle vere e proprie ‘micro-navi da guerra’, su cui sventola la bandiera tricolore: nanoparticelle della dimensione di un miliardesimo di metro che mirano alle placche ‘tossiche’ dell’Alzheimer e le fanno fuori eliminandole dal cervello dei topi. Il presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso ha citato il progetto nel quale sono state sviluppate, tra le ‘storie di successo’ nella relazione con cui ha presentato ai capi di governo riuniti nel vertice del Consiglio europeo il programma Ue Horizon 2020. Questa conquista della ricerca made in Italy è infatti finanziata con fondi del Settimo programma quadro dell’Unione e riguarda una patologia dall’impatto devastante, l’Alzheimer, che spazza via i ricordi e le capacità cognitive delle sue vittime.

A brevettare la nuova strategia, che si è guadagnata le pagine della rivista scientifica ‘The Journal of Neuroscience’, è stato un team di scienziati dell’università di Milano-Bicocca e dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano (con la collaborazione per le analisi Pet dell’università finlandese di Turku). Insieme hanno ingegnerizzato le minuscole navicelle, battezzate ‘Amyposomes‘, e le hanno somministrate ai topi. E queste sono andate a bersaglio: dopo tre settimane di trattamento le placche di beta-amiloide, che si accumulano nel cervello con il progredire della malattia, erano state rimosse dall’encefalo. Sebbene non ci siano ancora applicazioni per l’uomo, le speranze accese dallo studio sono tante. “È solo un primo passo, anche se fondamentale”, precisano con cautela gli autori. 

Esperti cauti, solo se in futuro risultati confermati in uomo sarebbe svolta. Ma “se in futuro questi risultati saranno verificati nell’uomo, il trattamento, abbinato a una diagnosi precoce, permetterebbe ai malati di Alzheimer di condurre una vita pressoché normale”, osserva Massimo Masserini, ordinario di Biochimica della Bicocca e coordinatore del progetto europeo di ricerca multidisciplinare Nad (Nanoparticles for therapy and diagnosis of Alzheimer Disease) che si è concluso ufficialmente il 31 agosto 2013. Un progetto da 14,6 milioni di euro, per il quale alla Bicocca, capofila, è andata una quota di 3,8 milioni. Sono stati coinvolti 19 partner in tutta Europa, tra centri di ricerca e piccole e medie imprese da Italia, Spagna, Portogallo, Francia, Slovacchia, Svezia, Olanda, Ungheria, Finlandia, Grecia, Belgio e Inghilterra.

Un lavoro di squadra premiato anche ad Atene con il Best Project Award (categoria progetti completati), secondo tra i migliori progetti del Settimo programma quadro. La riduzione delle placche di beta-amiloide è stata confermata con l’imaging cerebrale, attraverso la tomografia a emissione di positroni (Pet) a cui sono stati sottoposti i topi trattati, prima e dopo il ‘passaggio’ delle nanoparticelle. Non si è ottenuta solo la rimozione delle placche dall’encefalo: le micro-navi hanno anche favorito lo smaltimento dei frammenti di beta-amiloide tossica attraverso il circolo, da parte del fegato e della milza. E l’eliminazione dei depositi a livello cerebrale è stata associata a un recupero delle funzioni cognitive misurato con uno specifico test di riconoscimento degli oggetti. 

Frenata progressione malattia, si valuta se possibile prevenire sintomi. “La terapia è basata su una strategia impossibile da realizzare con un farmaco convenzionale – chiarisce Masserini – Nella ricerca il trattamento è riuscito a frenare la progressione della malattia, ma stiamo anche valutando, per ora sul modello animale, la possibilità di prevenirne l’insorgenza, intervenendo quando le capacità cognitive e la memoria sono solo minimamente compromesse”. In realtà, aggiunge Gianluigi Forloni, capo del Dipartimento di neuroscienze dell’Irccs Mario Negri, “i risultati ottenuti nei modelli animali sono promettenti e arrivano a conclusione di un lavoro complesso che ha coinvolto molti ricercatori. Tuttavia rappresentano solo un primo passo anche se fondamentale nella direzione di poter considerare queste nanoparticelle uno strumento adeguato all’intervento terapeutico nell’uomo”.

Il “99% dei farmaci – ricorda Masserini all’Adnkronos Salute – non arriva al cervello, perché non riesce a passare la barriera ematoencefalica. Le nanoparticelle sono state ingegnerizzate per aggirare il problema e arrivare al bersaglio. Sono caricate con due molecole per permettere loro di attraversare la barriera, di legarsi alle placche di beta-amiloide e disintegrarle in molecole più piccole che vengono trasferite al sangue dove non sono più dannose, eliminando così l’effetto tossico per i neuroni. Dal sangue poi arrivano alla milza e al fegato e vengono definitivamente smaltite”. Il dato, prosegue, “è stato ottenuto su due modelli animali di malattia già conclamata con deficit cognitivo e di memoria. Ma – tiene a precisare Masserini – sarà la prova sull’uomo a decretare se le nanoparticelle funzionano. Parecchie molecole candidate per l’Alzheimer, per esempio gli anticorpi, arrivate in fase clinica non hanno dato i risultati sperati”.