La storia della ipotizzata maxi tangente Eni per l’assegnazione di un giacimento in Nigeria, per cui sono indagati l’attuale e l’ex ad del gruppo, Claudio Descalzi e Paolo Scaroni, si arricchisce di un nuovo capitolo. È il verbale dell’ex dirigente Vincenzo Armanna, riportato dal quotidiano La Repubblica. L’ex manager ai pm di Milano ha raccontato che in Italia fu imposto un mediatore per quell’affare e che, questa la sua versione, 50 milioni tornarono in mazzette. Nel registro degli indagati sono iscritti anche Roberto Casula (ex vicepresidente Eni per l’Africa e oggi capo dello sviluppo e delle operazioni), Luigi Bisignani, il finanziere Gianluca Di Nardo, il mediatore Emeka Obi, l’ex ministro del petrolio nigeriano Dan Etete“Il rais nigeriano mi disse: Descalzi è ai miei ordini – ha messo a verbale Ammanna -. L’intermediario era legato a Scaroni tramite un legale vicino al finanziere Micheli”. 

Armanna ha spiegato agli inquirenti milanesi di essere arrivato in Nigeria nel 2009, quale “senior advisor” della “Nigerian Agip Oil Company”, consigliere di amministrazione della Nigerian LNG e vice presidente delle attività upstream subsahariane di Eni. “Nel mio ufficio di Abuja mi misero a esaminare le lettere anonime”. Finché – è il dicembre del 2009 – Chief Akinmade, un nigeriano ex dirigente della Nigerian Agip Oil Company, si presenta con una proposta di vendita del 40% del giacimento OPL245 per 1 miliardo di dollari. Akinmade sostiene di trattare la cessione del giacimento in nome e per conto proprio del ministro del Petrolio Dan Etete, il rais appunto. L’offerta di Akinmade viene girata in Italia al dirigente con cui Armanna lavora in staff: Roberto Casula. Dopo quattro giorni dalla prima offerta, arriva via mail una proposta economicamente identica a quella di Akinmade, ma di cui, stavolta, si dice procuratore tale Emeka Obi. Poi l’incontro tra il dirigente Eni ed Etete il quale gli disse: “Quando Descalzi non era nessuno prendeva ordini da me”. E poi, indicando Obi: “Perché voi di Eni avete bisogno di lui?”. Quindi il mandato all’acquisizione non c’era e “pensai che la storia fosse finita lì. Ma mi sbagliavo”, ha raccontato l’ex dirigente. 

Quando, sempre secondo la sua versione, l’ex dirigente Eni provò a spiegare a Descalzi che Etete non era personaggio con il quale fare una trattativa “Descalzi mi liquidò avvisandomi che la faccenda era seguita direttamente da Milano”. Di fatto il mediatore nigeriano, Emeka Obi, “era legato a Gianluca Di Nardo e che questo Di Nardo era stato partner del noto finanziere Francesco Micheli, il quale, a sua volta, era vicino a Scaroni”. E ancora: “Ad Abuja diventa vox populi che i 200 milioni di dollari riconosciuti ad Obi per la mediazione siano tangenti per gli italiani”. Una voce non provata ma una fonte gli avrebbe riferito che per gli italiani ci sarebbero state mazzette per 50 milioni di euro. Ad aprile 2011 l’affare viene chiuso. Un miliardo e 300 milioni. Quaranta in più dell’ultima offerta rifiutata qualche mese prima da Etete.

Il gruppo replica con una nota: “Prendiamo atto della asserzioni di Vincenzo Armanna che hanno evidenti profili diffamatori e ovviamente daranno seguito a tutte le azioni legali a tutela dell’immagine di Eni e dei suoi manager. Teniamo a sottolineare che Vincenzo Armanna fu licenziato da Eni per interessi personali e gravi violazioni del codice etico. Eni ribadisce l’estraneità dell’azienda da qualsiasi condotta illecita in relazione all’acquisizione del blocco opl 245 in Nigeria”.