Lo scorso anno in Italia le sentenze di sfratto sono state più di 73mila. Di cui oltre 65mila per “morosità incolpevole”: perlopiù inquilini che non riuscivano a pagare l’affitto perché rimasti senza lavoro. Due dati che fanno capire al volo come il passaggio da una condizione di vita normale a quella di homeless possa rivelarsi più breve di quanto si immagina. In questo quadro, e mentre il governo fatica a trovare risorse per affrontare l’emergenza abitativa, associazioni e onlus stanno sperimentando in tutto il Paese forme di intervento per dare subito un alloggio stabile a chi vive per strada. Un approccio che, sostengono, costa meno e funziona meglio rispetto a soluzioni temporanee come dormitori o comunità di accoglienza.  Così la Federazione italiana organismi per le persone senza dimora, costituita da un centinaio tra enti locali e associazioni che lavorano con i senza tetto, sta lavorando per replicare in modo strutturato in Italia il modello “Housing first”, messo a punto negli Stati Uniti e basato proprio sull’assegnazione di case gestite da enti del terzo settore. La federazione, insieme ad Acli, Caritas e altre organizzazioni, ha inoltre proposto l’istituzione di un Reddito di inclusione sociale che consentirebbe agli utenti di pagarsi l’alloggio.

In Emilia il primo bando comunale –  A Bologna l’associazione Piazza Grande, con il contributo della fondazione bancaria del Monte di Bologna e Ravenna, affitta case da privati facendosi garante contro il rischio morosità e le dà in uso a prezzi calmierati a persone senza fissa dimora e famiglie sfrattate. “Oggi siamo a quota 50 appartamenti, in cui vivono 48 adulti e 21 famiglie”, fa il punto il presidente Alessandro Tortelli. I costi mensili del progetto “Tutti a casa” ammontano a 26mila euro tra affitti e utenze e “sono coperti per un terzo dalla fondazione del Monte e dalle nostre raccolte fondi, per un terzo da fondi pubblici e per la fetta rimanente dal contributo degli inquilini. L’intervento di assistenti ed educatori è invece sostenuto in gran parte da noi e dal Comune di Bologna”. Il bilancio economico per le casse pubbliche è positivo: stando ai calcoli dell’associazione, per alloggiare una persona in dormitorio nel capoluogo emiliano si spendono circa 700 euro al mese, mentre negli appartamenti di Piazza Grande il costo pro capite è di 150 euro. Anche per questo il Comune ha deciso di provare a rendere questa modalità di intervento parte integrante dei servizi sociali cittadini: in agosto l’Azienda pubblica servizi alla persona ha emesso il bando Housing First – Co.Bo per selezionare un ente del terzo settore che gestirà alloggi destinati, in una prima fase, a 50 tra homeless e “persone che vivono in sistemazioni non garantite, a rischio di violenza domestica o più semplicemente di perdita della casa, o ancora che vivono in abitazioni inadeguate”. Chi può pagherà al gestore una retta pari a non più del 30% del reddito. Per gli altri provvederà l’amministrazione comunale, che ha stanziato 334mila euro per il periodo ottobre 2014 – dicembre 2015.

A Bergamo Opera Bonomelli punta all’accreditamento regionale – Negli ultimi due anni l’associazione bergamasca Opera Bonomelli, nata nel 1900 per assistere gli emigranti e registrata come associazione dal 1986, insieme ad altre cooperative e onlus ha trovato casa a 67 homeless seguiti dai Sert per dipendenze da alcol o droga e con alle spalle tentativi di recupero (anche in comunità) falliti. Sono stati inseriti in case popolari e aiutati a crearsi una rete sociale, a partire dalle relazioni di condominio. “Il tutto con un costo giornaliero per la Regione di circa 25 euro a persona, più 17 euro coperti da noi, dai comuni coinvolti e dagli utenti”, racconta Giacomo Invernizzi, direttore dell’associazione. “Per fare un confronto, i trattamenti in comunità pedagogico-riabilitativa costano 45 euro al giorno e quelli nelle strutture specializzate in polidipendenze fino a 120”. A distanza di un anno e mezzo dai primi inserimenti, la percentuale di abbandono del programma è inferiore al 10 per cento. Entro dicembre Opera Bonomelli conta di uscire dalla fase sperimentale e ricevere  l’accreditamento dalla Regione Lombardia.

Le sperimentazioni siciliane e l’Ospitalità solidale per under 30 a Milano – In Sicilia le esperienze sono due, gestite dalle Caritas locali. A Ragusa il progetto “I tetti colorati”, finanziato dal Fondo europeo per l’integrazione dei cittadini di Paesi terzi, ha come primi destinatari le famiglie di immigrati, mentre ad Agrigento “Casa Rahab” ospita anche padri separati rimasti senza casa. A Milano è partito invece il progetto Ospitalità solidale destinato a giovani fino ai 30 anni, studenti o lavoratori precari, con redditi inferiori a 1.500 euro al mese. I primi 24 ragazzi entreranno negli alloggi messi a disposizione dal Comune a novembre e pagheranno un affitto calmierato di 300 euro al mese in cambio dell’impegno a partecipare per almeno dieci ore al mese, come volontari, ad “attività sociali” realizzate nel quartiere dagli enti gestori del progetto, cioè Arci Milano, la cooperativa Dar=Casa (specializzata nel recupero di alloggi di proprietà pubblica da affittare a basso costo) e Comunità Progetto, che si occupa di educazione e interventi per l’integrazione sociale. 

Il programma Housing First Italia – A marzo la Federazione italiana organismi per le persone senza dimora (Fio.PSD) ha lanciato il programma Housing First Italia, che punta a rendere strutturale anche nel nostro Paese il modello degli interventi per la “grave marginalità” messi a punto negli Stati Uniti dallo psichiatra Sam TsemberisUn approccio che in Europa hanno sperimentato Francia, Finlandia e Portogallo. Il presupposto è che la disponibilità di una casa, di per sé, aumenti il benessere psico-fisico e l’autostima. E sia quindi propedeutica al successo dei trattamenti di recupero da eventuali dipendenze, che partono subito dopo l’ingresso nell’appartamento. Obiettivo, accompagnare la persona verso l’autonomia, che significa un lavoro ma prima ancora l’integrazione nella comunità.  A Lisbona oltre l’80% degli homeless coinvolti nel programma “Casa Primeiro” a due anni di distanza è rimasto nell’appartamento ed è riuscito a coprire la parte di spese prevista. E i dati evidenziano anche una diminuzione del 90% del ricorso a trattamenti psichiatrici e un azzeramento dei fermi da parte della polizia. Non solo: i costi dell’intervento, 16,4 euro al giorno pari a meno di 500 euro al mese per utente, sono risultati più bassi rispetto a quelli che la collettività avrebbe dovuto sostenere per pagare a ognuno la permanenza in un dormitorio notturno o il ricovero in ospedale psichiatrico: rispettivamente 900 euro e 2.500 euro al mese.

Ma come funziona in concreto Housing first? “Gli appartamenti vengono presi in affitto da un ente pubblico che li mette a disposizione del gestore del programma, di solito un’associazione del terzo settore”, spiega Caterina Cortese, che si occupa di Housing First per Fio.PSD. “Le case devono essere in zone diverse e non periferiche della città, per favorire il reinserimento sociale dei partecipanti ed evitare di creare ghetti. L’inquilino paga il 30% del canone mensile con il reddito minimo di cittadinanza, nei Paesi in cui esiste. In altri casi vengono invece utilizzati finanziamenti europei o fondi rotativi, oppure al beneficiario viene chiesto di contribuire a lavori di manutenzione o di utilità sociale nel quartiere in cambio di un mini stipendio”. L’assenza di un sostegno universale al reddito è uno degli ostacoli principali all’avvio di Housing first in Italia: per questo la federazione, le Acli e la Caritas chiedono al governo di varare un reddito di inclusione sociale pari alla differenza tra il reddito famigliare e l’introito minimo necessario, in base ai dati Istat, per non ricadere nella povertà assoluta. I membri della rete Housing first, cioè ad oggi i Comuni di Bologna, Rimini e Torino e una cinquantina tra Caritas territoriali, associazioni, fondazioni e onlus, puntano comunque a partire con la sperimentazione entro due anni, contando su un programma di finanziamento nazionale accompagnato magari da fondi europei o del non profit. Dall’analisi dei singoli casi, anticipa Cortese, potrebbe poi emergere che alcune delle persone senza dimora che verranno coinvolte abbiano diritto, magari senza saperlo, a una pensione sociale o di invalidità utilizzabile per coprire parte dell’affitto.