In Svizzera passa il referendum contro l’immigrazione di massa. A rischio il lavoro dei frontalieri (anche italiani) e le relazioni tra Berna e Bruxelles. Il testo dell’iniziativa popolare proposta dall’Udc, il partito di ultradestra che da anni si spende in campagne anti-immigrazione e contro i lavoratori frontalieri, prevede infatti la rinegoziazione degli accordi sulla libera circolazione delle persone entro tre anni da oggi. La novità che riguarda più da vicino i 65mila frontalieri italiani che lavorano ogni giorno in Svizzera è quella scritta nel terzo comma del nuovo articolo 121 della Costituzione Federale che prevede l’introduzione di “tetti massimi annuali e contingenti annuali per gli stranieri che esercitano un’attività lucrativa” sul territorio elvetico. Tetti massimi che “devono essere stabiliti in funzione degli interessi globali dell’economia svizzera e nel rispetto del principio di preferenza agli Svizzeri” e, come si legge: “Essi devono comprendere anche i frontalieri”. La Commissione europea “si rammarica” perché “questo va contro il principio della libera circolazione delle persone tra l’Ue e la Svizzera”. Stessa reazione del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble, considerato il più europeista della squadra della cancelliera Angela Merkel: “E’ una decisione – ha detto – che creerà molte difficoltà alla Svizzera in molte aree. Bisogna che i responsabili in Svizzera ne siano ben coscienti”.

I “sì” hanno ottenuto la doppia maggioranza necessaria, incassando sia il favore della maggioranza dei Cantoni, sia la maggioranza dei voti validi. Il risultato è rimasto incerto sino all’ultimo minuto, in un continuo rincorrersi di dati e analisi. Alla fine il conteggio si è fermato sul 50,3 a 49,7, con meno di 20mila voti di scarto.

Il referendum è passato nonostante il parere negativo del Consiglio federale (il governo elvetico) che si era espresso per una bocciatura della proposta, spiegando che “l’immigrazione contribuisce in misura considerevole al benessere della Svizzera” e che “l’introduzione di tetti massimi comporterebbe ingenti oneri burocratici per lo Stato e le imprese: l’iniziativa potrebbe segnare la fine della libera circolazione delle persone e degli altri accordi conclusi con l’Unione europea nel quadro degli accordi bilaterali”. Insomma, sebbene il governo elvetico abbia messo in guardia i cittadini sul pericolo rappresentato da una vittoria dei sì, ha vinto la posizione di chi vuole rendere più difficili gli ingressi e regimentare scrupolosamente anche i permessi di lavoro.

Il no ha prevalso, con quote differenti, in tutti cantoni di lingua francese e nel canton Zurigo, in tutto il resto della Svizzera hanno vinto i sì. La regione dove l’iniziativa ha riscosso maggior successo è proprio il Canton Ticino, quello di lingua italiana, meta quotidiana 59310 lavoratori frontalieri italiani (nel terzo trimestre 2013, secondo dati Ufficio statistico federale) attirati da salari più alti e un mercato toccato in misura minore dalla crisi. Qui, dove i frontalieri italiani sono stati dipinti come dei ratti nelle campagne a sostegno del referendum, i Sì hanno letteralmente sbancato. Si sono fermati poco sotto al 70% (al 68,17%, con uno scarto di oltre 45mila preferenze sui no), un successo determinante anche per la vittoria in campo nazionale. È il segno del peso della campagna denigratoria messa in campo dai sostenitori del referendum, che non si sono fatti scrupolo di fare leva sugli istinti più bassi per portare a casa il risultato.

Gli effetti non saranno immediati, ma entro tre anni il governo federale dovrà rinegoziare gli accordi bilaterali in essere con l’Unione Europea e introdurre il contingentamento dei posti di lavoro per i frontalieri. Attualmente sono 65658 gli italiani che lavorano regolarmente in Svizzera (dati terzo trimestre 2013, fonte Ufficio statistico federale), con un incremento del 4,7% rispetto all’anno scorso. C’è da aspettarsi che in futuro il trend attuale subirà un’inversione di tendenza, portando ad una graduale diminuzione delle presenze straniere nella Confederazione.

A protestare inizialmente era stata la Lega Nord. “Gli svizzeri fanno i loro interessi accogliendo le imprese italiane e i nostri capitali, salvo poi chiudere la porta in faccia ai nostri frontalieri quando la crisi comincia a farsi sentire fra i lavoratori d’oltreconfine – dice il senatore Stefano Candiani –  Il problema è che il nostro governo non sa e non vuole fare altrettanto, tutelando veramente le migliaia di lavoratori delle province di confine”. Così il Carroccio giura battaglia: “Il tempo delle buone maniere è finito. Nelle prossime ore metteremo in atto tutte le azioni possibili per tutelare la nostra gente e per mettere Enrico Letta e il ministro Saccomanni con le spalle al muro: Pd, Scelta Civica e Nuovo Centrodestra dovranno assumersi le proprie responsabilità e spiegare cosa intendano fare. Fino ad ora il governo italiano ha pensato solo a come recuperare i soldi illegalmente esportati in Svizzera, ignorando i problemi dei frontalieri e dei ristorni per i comuni di confine, occupandosi solo di fare cassa considerando Varese e Como terra ai margini dell’Impero: temiamo che continuerà su questa strada, se lo farà troverà però nella Lega Nord un fronte compatto e pronto a tutto”. Ma la linea del Carroccio sembra poi virare su un altro atteggiamento. Il segretario federale Matteo Salvini scrive su Twitter: “Bene. Presto un referendum anche in Italia promosso dalla Lega”. Il capogruppo al Senato Massimo Bitonci aggiunge: “Dopo la Svizzera anche l’Italia dovrebbe dare un segnale deciso lasciando che siano i cittadini a decidere e non lanciare iniziative e segnali buonisti, come fa il governo Letta con ministri come Kyenge, con proposte dannose come ius soli e la recente cancellazione del reato di immigrazione clandestina. Qui da noi non c’è più posto e lavoro per immigrati. Quindi prima i nostri milioni di disoccupati, esodati e giovani”.