Sullo Statuto dei Lavoratori, e in particolare sul suo simbolo: l’art.18, è in atto in questi giorni uno scontro “violento” (per usare il linguaggio di Renzi) che non ha ragion d’essere, perché in realtà entrambe le parti hanno ragione e hanno torto in ugual misura. Hanno ragione i difensori delle imprese, quando dicono che questa norma è oggettivamente un freno (in periodo di crisi) alle assunzioni di nuovo personale, ma hanno ragione anche i lavoratori quando dicono che la garanzia del posto di lavoro, che da molto tempo imprenditori e molti politici vorrebbero eliminare, o almeno sostanzialmente limitare, è per loro una questione non solo di fondamentale importanza, ma in qualche caso addirittura di importanza vitale, perché senza lavoro c’è solo una esistenza miserabile.

Se è vero che, per esempio in Danimarca e Germania, dove non c’e l’art. 18, nessuno lamenta eccessi discriminatori, è vero però anche che questo dipende più dal livello della crisi che dalla occasionale volontà di discriminare. E’ infatti perfettamente intuibile che, laddove la crisi “morde” forte, se c’è una norma che impedisce i licenziamenti, questa è molto più sofferta dagli imprenditori che non nei luoghi dove la crisi non c’è o non pesa in modo grave (come nel caso di Danimarca e Germania). Ma si può guardare anche agli Stati Uniti, dove le discriminazioni ci sono in gran numero, ma emergono solo in piccola parte (su specifiche cause avviate dal lavoratore discriminato) proprio perché non esiste una tutela reale del lavoratore. Nel mio precedente articolo facevo il caso della WalMart che ha circa 170.000 dipendenti (ma li chiama “associates”) e nemmeno un iscritto a sindacati.

Questa osservazione consente però anche di dire che in tutti questi casi non è l’art. 18 di per sé a creare il problema, diventa un problema grave solo quando è una crisi grave a ingessare il sistema. Ma la gravissima crisi attuale è stata generata dagli eccessi della finanza non dall’art. 18., che per la classe dei lavoratori non è solo una efficace tutela del posto di lavoro, ma anche una necessaria difesa della propria unica fonte di reddito. La tutela contro le discriminazioni nelle società civili ha certamente un costo ma non può mai essere considerata un problema, così come nessuno mette in discussione il costo delle armi, considerato a torto o a ragione come l’unica forte tutela in difesa della libertà da aggressioni esterne.

Negli Stati Uniti (dove niente simile all’art. 18 è mai esistito) la crisi ha pesato nel suo primo e secondo anno sull’economia del paese ben più pesantemente che non in Italia e in Europa, dove le tutele dei lavoratori hanno costituito un elemento moderatore molto efficace sull’equilibrio dei consumi interni, e quindi sull’economia in generale. Non è vero quindi che dove c’è libertà di licenziare la crisi viene affrontata meglio. Emerge così nella pesante diatriba che coinvolge governo, Parlamento e sindacati, il terzo “convitato di pietra”, e cioè la società civile nel suo insieme, di cui nessuno parla, eppure dovrebbe essere per tutti il vero “centro di gravità permanente” (come diceva Battiato).

Senza una società civile pacifica, ordinata ed equilibrata, non ci può essere nemmeno libera impresa, libero commercio, libera cittadinanza. Perciò, togliere diritti alla classe dei lavoratori per darla a quella degli imprenditori, produrrà più equilibrio o meno equilibrio nella società civile? Sicuramente meno equilibrio, perché, al di là degli scioperi e delle proteste immediate, abbiamo visto anche nell’esempio americano che non sono le minori tutele al lavoratore che producono maggiore equilibrio sociale. E nemmeno economico. Come in America, dove la libertà di licenziare ha solo aggravato di molto la crisi nel primo periodo rendendola più acuta (vedasi “Those Lazy Jobless ”) .

Le ipotesi di riforma attualmente all’esame del governo e del Parlamento sono quindi solo dei palliativi che rischiano di fare grandi ingiustizie sociali (come quella arcinota degli “esodati”) senza risolvere alla radice il problema vero: quello di garantire il lavoro ai lavoratori senza soffocare le imprese. L’ipotesi di Renzi col “contratto a tutele crescenti” non risolve il problema né da una parte né dall’altra, spostando semplicemente un po’ più in alto l’asticella del “posto fisso” (al prezzo però di una sicura “strage” immediata di lavoratori in un momento di crisi come quello attuale – vedasi caso America nei primi due anni). Quella di Ichino, di cui non si conosce però ancora la versione più recente, è anche peggio, perché è simile a quella di Renzi e lascia in essere troppe altre classi contrattuali. Quella di Boeri-Garibaldi è un pochino meglio perché almeno avvierebbe un sistema unico.

Allora invece di “pappagallare” sui sistemi contrattuali danese, tedesco o americano, inventiamone noi uno tutto nuovo che potrebbe diventare il “faro” per tutto il mondo. Partiamo dal fatto che non è compito delle imprese fare da ammortizzatore sociale per i periodi di crisi. Occorre perciò portare i lavoratori in esubero a carico della “finanza pubblica”. Ma non come si fa adesso pagando dei contributi di disoccupazione che, è inutile negarlo, spingono al lavoro in nero e all’indolenza (vedasi sopra  “Those Lazy Jobless”). Occorre invece creare una seria “Agenzia Statale per l’Occupazione” che, dopo l’abolizione dell’art. 18, si faccia carico di tutti gli esuberi e faccia tutto cio che occorre per occupare, riconvertire (in collaborazione con scuole e universita’) e assistere tutte le persone senza lavoro. Evitando le semplici erogazioni di denaro senza alcuna prestazione (salvo ovviamente disabili e anziani).

Sarebbe una Agenzia gigantesca, non immediatamente avviabile a pieno ritmo, ma utilizzando tutte le disponibilità finanziarie e organizzative già esistenti (indennità di disoccupazione, reddito di cittadinanza, ecc.) e lavorando seriamente sia politicamente che socialmente, si può avviare a pieno ritmo nel giro di 3 – 5 anni.

L’art. 1 della nostra Costituzione sembra fatto apposta per indirizzare su questa strada, che tra l’altro non dovrebbe dar fastidio a nessuno nell’arco politico italiano. Allora usiamo i “professori” per studiare in dettaglio iniziative come questa che accontentano tutti, invece che litigare su proposte che non accontentano nessuno.

Dallas, Texas