“La ripresa sta perdendo impulso!” dice Draghi. Ma ha detto proprio “ripresa”? E chi l’ha mai vista dopo il 2011? Adesso siamo persino in piena depressione!

A parte le chiacchiere di certi politici e a parte la discesa del famigerato “spread” sui titoli di Stato, che prima del 2012 praticamente nessuno, a parte gli economisti, sapeva nemmeno cosa fosse, di “ripresa” in Italia (e in quasi tutta Europa) proprio non c’è traccia da almeno tre anni. Adesso va di moda però il pragmatismo“. Non quello giusto, che ogni politico serio sa dosare correttamente, ma quello alla “renzusconi”, che consente a qualunque soggetto dotato di grande disinvoltura morale e dialettica di operare qualunque “colpo basso” pur di conquistare o mantenere il potere.

Ma anche usando il moderno pragmatismo, e aguzzando al massimo la vista, di ripresa economica è dal 2010 che non c’è proprio alcuna traccia. Eppure proprio oggi è sceso in campo, a fianco di Draghi, Renzi e Berlusconi, anche il presidente della repubblica Giorgio Napolitano per dire che “… le riforme sono necessarie ed urgenti…”. E qui comincia la confusione, scientemente adottata da lungo tempo ormai, sul contenuto del termine “riforme”.

E’ evidente che tutti i politici, negli ultimi venticinque anni, hanno giocato molto furbescamente su ciò che deve essere riformato, prendendo così in giro gli elettori. Ma quando si ottengono le maggioranze prendendo in giro gli iscritti e gli elettori, non si può poi reclamare correttamente il diritto democratico a governare (come ha fatto Berlusconi e come fa ora Renzi), perché è vero che il voto è ancora quasi libero (con “porcellum” e “italicum” lo è solo nella forma, non nella sostanza), ma se nella sollecitazione al voto si lascia (principale colpa dei media) che politici scafati ci mettano tutte le loro furbizie e menzogne invece che l’onestà intellettuale di chi realmente vuole servire il popolo, non è più di reale voto democratico che si tratta, ma di spudorato plagio di massa.

Adesso è tornato alla ribalta l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori (legge 20 maggio 1970, n. 300). Renzi lo chiama “totem, Squinzi lo chiama “mantra”, nessuno più che lo chiami per quello che è, ovvero una garanzia contro le discriminazioni, conquistata dopo dure lotte dai lavoratori.

Dicono (Renzi, Draghi, Squinzi & C.): “Gli imprenditori che vengono in Italia con la voglia di investire, se ne vanno, perché non si può investire in una impresa che, quando è necessario, non è possibile licenziare“. Mentono, sapendo di mentire! Perché quando é stato veramente necessario le aziende hanno sempre licenziato e sfruttato tutti i sussidi statali possibili, secondo il reale (o presunto) bisogno dell’azienda. Nel mio ventennale lavoro di analista fidi di una banca per investimenti di Milano ho analizzato centinaia di aziende grandi e piccole, e posso garantire che è veramente così. Le crisi aziendali non sono mai state determinate dall’intralcio di una tutela contro le discriminazioni (art. 18), ma da cause generali (come la crisi attuale) o settoriali, o da incapacità o errori manageriali.

L’art. 18 quindi è semplicemente una garanzia per i singoli lavoratori (nelle aziende con più di 14 dipendenti) contro il licenziamento indiscriminato. Con l’art. 18 il singolo lavoratore può essere licenziato solo per giusta causa o giustificato motivo (è un giudice a decidere se sussistono), quindi per furto, inadempienze gravi, persino per una semplice somma di tre ritardi in un anno. Quando si tratta invece di crisi aziendale per cause economiche il singolo lavoratore non c’entra niente. Se un’azienda, per motivo di crisi, necessita di ridurre il personale, rientrano casomai le norme sui licenziamenti collettivi, quindi non c’entra niente l’art.18.

La difesa dell’art. 18 non è perciò la difesa del “posto fisso”, come malignamente vogliono far credere i Renzi, Squinzi, Napolitano e codazzo di megafoni mediatici ossequienti, ma semplicemente la tutela del singolo lavoratore contro ogni tipo di discriminazione, e sappiamo benissimo che ce ne sono tante: sesso, razza, età, appartenenza o iscrizione ad un sindacato (WalMart, la più grande azienda commerciale del mondo, licenzia chiunque accenni a costituire una rappresentanza sindacale nei propri centri commerciali), rifiuto di svolgere mansioni diverse da quelle per cui si è stati assunti (che include talvolta il rifiuto di concedersi a prestazioni sessuali), ecc.

Il vero imprenditore non ha paura dell’art. 18, non ne ha mai avuta. L’investitore invece cui fa riferimento Squinzi non è un imprenditore, è uno speculatore che vuole comprare e vendere le imprese a suo piacere, come usa oggiperciò ne ha paura, perchè, discriminazione o no, lui vuole essere libero di disporre di tutti i mezzi aziendali, compreso le persone, a suo totale discrezione e piacimento, usando tutto il moderno pragmatismo di cui e’ capace. E’ il mercato che lo chiede.

Una società civile dovrebbe rifiutare queste aspirazioni con disprezzo. I maggiorenti della nostra povera democrazia allo sfascio reclamano invece l’urgente soppressione di questa efficace tutela contro le discriminazioni come se si trattasse di una malattia grave. Vergogna!