Il primo sicario del Milan di Pippo Inzaghi è Carlos Tevez. Il suo mandante è Massimiliano Allegri. Ne ha di motivi il tecnico livornese per tendere l’agguato alla sua ex squadra, guidata per tre stagioni e un po’. E ci riesce con il suo uomo più fidato e in fondo l’unica vera modifica tattica apportata a una Juventus che per modulo e interpreti continua ad assomigliare a quella di Conte. Però anche nell’1-0 di San Siro, che screma la testa della classifica in attesa di Roma-Cagliari, c’è la firma del Tevez 2.0. Di gol ne ha sempre segnati a raffica in bianconero, ma è la nuova posizione che, se possibile, lo rende ancora più chirurgico quando deve sparare al cuore delle sue vittime.

L’esecuzione del sabato sera è molto simile a quella del Malmoe in Champions League: triangolo danzante, questa volta con Pogba, e proiettile alle spalle di Abbiati. Quanto basta per stendere un Milan evidentemente ancora acerbo per queste partite. La squadra di Inzaghi ha un dna – e questo è un aspetto da non sottovalutare – ma almeno contro la Juventus pecca di personalità in fase di costruzione. Un atteggiamento nuovo per chi nelle prime due giornate di campionato aveva trasformato le partite in un saloon western da 13 gol in 180 minuti. Al cospetto dei bianconeri, invece, il Milan diventa prudente e ordinato. Pure troppo. E alla fine soccombe davanti ai 78mila di San Siro, per la quarta volta di fila contro i campioni d’Italia.

Si pensava che Allegri dovesse essere il solito diesel nel corso del campionato. Invece per la prima volta lo è a San Siro, ma nell’arco dei 90 minuti. La partenza è lenta. Anche perché ci sono più calci che calcio. Nei primi 8 minuti si registrano tre interventi al limite, che Rizzoli non punisce con il giallo. Poi la Juventus diventa più presente, anche se resta imprecisa. Inzaghi spiega il Milan in maniera ordinata lungo il campo. Rami lo guida da dietro, più avanti sono De Jong e Muntari a non concedere nulla a Pogba e Tevez, che rispetto all’era contiana spazia molto di più venendo spesso a caccia del pallone sulla trequarti.

Ma nella tonnara disposta da Inzaghi è difficile trovare varchi per aumentare i giri del motore. E infatti la gara è a tratti da sbadiglio. Almeno fino a quando le maglie rossonere non si allentano, concedendo campo all’Apache. Appena il Milan si sfilaccia e pressa con meno ordine, dopo aver creato l’unica azione offensiva del primo tempo con Honda, il 64% di possesso palla bianconero inizia a produrre frutti. Il concime sono sempre i piedi di Tevez, che dialoga bene con Pereyra, alla fine preferito a Vidal. I due costruiscono in proprio, inventano per Llorente che sbaglia, poi ci prova anche Bonucci e solo il palo salva Abbiati su una gran botta da fuori di Marchisio. Il Milan accusa il colpo e non risponde. Menez è isolato, El Shaarawy assente e il centrocampo non ha qualità per lanciare la fantasia del tridente.

Ai rossoneri va bene anche così. Dopo l’avvio sprint, in parte inatteso, contro la Juventus bisognava costruire la personalità, capire se certe squadre si possono guardare negli occhi oltre che sedersi accanto a loro in classifica. Ma il carattere e i muscoli, alla fine, non bastano per tenere testa ai bianconeri. L’idea di silenziare Tevez per mettere a tacere tutta la Juventus funziona fino a un certo punto.

Il secondo tempo è scialbo come il primo. Chi lo rianima? Lui. Sempre lui. Appena ha un metro, Carlos Tevez, estrae la pistola dalla fondina, quasi si nasconde scivolando dopo aver servito Pogba, poi si rialza e va a cercare il triangolo, chiuso da un tocco di velluto del genio francese. Solo davanti ad Abbiati, spietato e freddo, Tevez uccide i sogni del Milan. Inzaghi prova a rianimarli spedendo in campo Bonaventura e Torres, poi Pazzini per Honda, chiudendo in pratica con quattro attaccanti. Ma la cura shock non provoca brividi alla Juventus, che vede aumentare gli spazi. E al fischio finale i rossoneri si scoprono un po’ più piccoli e fragili. Almeno contro le grandi il calcio champagne visto finora diventa acqua liscia. La Juve va, a punteggio pieno dopo tre giornate. Chi pensava che l’addio di Conte avrebbe rallentato il passo dei campioni d’Italia non aveva fatto i conti con Tevez.

Twitter: @AndreaTundo1