Chi è oggi, cosa dice, cosa fa la sinistra italiana nel momento in cui la destra annaspa e dimostra di non essere la dispensatrice di miracoli che forse molti elettori avevano creduto che fosse? Si decide ad assumere un nome, un volto, un programma, oppure vuol continuare a fare (sia pure, bisogna riconoscerlo, sottovoce e urbanamente) delle prove d’orchestra alla Fellini? Sono domande che non aspettano risposte perché nessuno, purtroppo, ha i titoli per darne, ma che mezza Italia si pone. È vero che forse anche l’altra mezza…Ma non è una consolazione”.

Così Indro Montanelli, sul Corriere del 7 giugno 2001, un mese e mezzo prima di lasciarci, chiudeva quello che sarebbe stato il suo penultimo editoriale. S’intitolava “Il tricheco di sinistra” e profetizzava, nel momento del massimo consenso berlusconiano, il declino del Caimano inseguito dalle sue bugie. Ma anche l’atavica incapacità della sinistra di proporre un progetto alternativo per le sue divisioni, compromissioni e confusioni.

Grillo, Casaleggio e gli eletti M5S farebbero bene a leggerselo e a rifletterci. Il loro successo nasce proprio dal tradimento del centrosinistra, che con i suoi inciuci e malaffari ha abbandonato i temi della legalità, dell’ambiente, dell’equità, della trasparenza e della partecipazione, regalando immense praterie ai “grillini”. Ma, sostituendo qualche parola, quell’editoriale può insegnare molto anche a loro. Chi è oggi, cosa dice, cosa fa il M5S nel momento in cui le larghe intese Renzusconi annaspano e dimostrano di non essere le dispensatrici di miracoli che molti elettori avevano creduto che fossero? Si decide ad assumere un nome, un volto, un programma, o vuol continuare a fare delle prove d’orchestra alla Fellini?

Dopo sei mesi di campagna elettorale, Renzi è finalmente costretto a fare delle scelte e a misurare le sue slide con la dura realtà dei conti che non tornano e dei soldi che non ci sono. L’atterraggio dell’empireo dei tweet e dei selfie sulla terraferma dei numeri è tutt’altro che indolore. Il 99% degli annunci sono balle, ma soprattutto molte delle poche cose fatte non funzionano perché sono sbagliate. E qualcuno comincia a capire che la ripresa era una leggenda metropolitana e che a fare i sacrifici saranno i soliti noti: i lavoratori, un’altra volta scippati dei loro diritti; i contribuenti onesti, spremuti da un’evasione spaventosa che il governo non vuole neppure solleticare; e i cittadini, sempre più espropriati del diritto di voto (per il Senato e le Province, e pure per la Camera dei nominati). In Parlamento i 5 Stelle hanno assunto quasi sempre la posizione giusta, anche a costo di sfidare i vertici (vedi reato di clandestinità). E bene fanno ora a respingere il ricatto sul duo Violante-Bruno, offrendo i loro voti a candidati indipendenti per la Consulta. Ciò che manca però è un progetto complessivo che risulti credibile e autorevole. Ma anche visibile. E qui non si scappa: le idee camminano sulle gambe degli uomini e questi devono farsi sentire. Affidare la comunicazione al blog di Grillo e alle sue uscite per metà azzeccate e per metà goliardiche, scombiccherate, estemporanee e cacofoniche (tipo quelle su immigrati e Tbc), per giunta alternate dai balletti “tv sì-tv no”, “vado da Vespa-mai più da Vespa”, è un errore madornale.

In Parlamento si possono fare cose splendide, ma se poi la gente non le viene a sapere, strillare ai media di regime (sai che novità) non serve. Manca una figura credibile e autorevole che ogni sera enunci ai tg e ai giornali (i talk show visti finora sono i salotti del Nazareno) la posizione della prima e spesso unica forza di opposizione. Un portavoce eletto dagli eletti non snaturerebbe il movimento né lo trasformerebbe in partito. Che sia Di Maio o un altro, poco importa: purché ci sappia fare. Quando Renzi si atteggia a ultima spiaggia, fa ridere: morto un premier se ne fa sempre un altro. Ma, senza un’alternativa seria, l’altro sarà sempre uguale al predecessore. I 5 Stelle ci pensino, nei tre giorni al Circo Massimo. E ci pensi soprattutto Grillo che forse non se n’è accorto, ma è il capo dell’opposizione. Se non vuol farlo lui, lo faccia fare a qualcun altro.

il Fatto Quotidiano, 19 Settembre 2014