Presentato nella sezione Fuori Concorso della Mostra del Cinema di Venezia, il documentario del regista indipendente imbriglia in 80 minuti la storia industriale italiana con materiali d’archivio provenienti dagli anni ’30 fino alla metà degli anni ’70. Una fetta di storia caratterizzata da cambiamenti epocali raccontata con le voci di autori e registi legati al secolo scorso

La ricerca di Davide Ferrario attinge dall’Archivio Nazionale Cinema d’Impresa situato a Ivrea. Struttura piemontese del Centro Sperimentale di Cinematografia nata per la conservazione e il restauro di oltre 60.000 bobine video, dal 1910 in poi raccolte in dozzine tra aziende, enti pubblici e produzioni come Olivetti, Fiat, Italgas, Birra Peroni, ENEA e Filmaster. La cosa bella è che il regista, come se il suo lavoro fosse un documento da inviare su un satellite spaziale verso mondi sconosciuti allo scopo di raccontare un po’ di noi, lascia che le immagini siano conoscenza e veicolo sobrio nonché scevro da inclinazioni ambientaliste o antiambientaliste, politicizzate o meno, aperto invece alla libera riflessione dello spettatore.

Nasce così questo documentario presentato in anteprima alla 71ͣ  Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, e nelle sale dall’11 settembre. «Quello che più ci interessava non era svolgere un discorso storico, politico o sociologico, ma provare a restituire il senso di energia, talvolta irresponsabile, eppure meravigliosamente spencolata verso il futuro, che è proprio ciò di cui sentiamo la mancanza oggi». Ha spiegato Ferrario intorno alla scelta della sua modalità narrativa. «Non per macerarsi in una mal riposta nostalgia, ma per capire come siamo arrivati dove stiamo ora».

Se alla Mostra finora si sono fatti i conti con l’intimismo di Hungry Heartsla durezza di Anime Nere, la crudezza di Senza nessuna pietà e il successo de Il giovane favoloso, per l’Italia arriva adesso un’opera che forse passerà in secondo piano perché spoglia di attori per i flash, ma dalla valenza estetica di gran pregio. E nel suo genere, il doc appunto, originale e istruttiva nel senso più piacevole del termine. Il regista combina immagini di ruspe a spazzare via olivi per la costruzione dell’Ilva di Taranto verso montaggi veloci in stile videoclip, riprendendo corali ingressi di tute blu in sala produzione (che oggi sembrano quasi buffe coreografie) per un pastiche, con i suoi macchinari invasivi e spropositati sulla natura, a volte à la Metropolis; altre somiglia invece a introvabili filmati Rai; e altre ancora fa sgranare gli occhi per l’ingenuità, caparbietà e determinazione, non solo dei nomi passati alla storia, ma degli occhi stanchi ma fiduciosi di migliaia di anonimi che hanno trasformato il Paese.

Tutto è accompagnato da testi, in voce off, di Ermanno Olmi, Pier Paolo Pasolini, Dino Risi, Primo Levi, Majakowskij, Gadda e Blasetti. Lo stesso titolo, La Zuppa del Demonio, non è altro che la metafora coniata da Dino Buzzati narrando la creazione negli altiforni del nuovo metallo che avrebbe cambiato l’Italia: il Dio Acciaio.

Ferrario-doc-FiatTutto gira intorno a uno sviluppo senza limiti, al progresso, quello che per Marinetti «ha sempre ragione anche quando ha torto». È da qui che si parte per un’apocalisse al contrario determinata a migliorare il futuro: dighe, casermoni abitatoio, macchinari giganteschi, fabbricati sconfinati, donne nei Caroselli, ma anche trivelle petrolifere a profanare le campagne, sguardi callosi di operai tra inaugurazioni del Duce e bicchieri di vino nel dopolavoro. Brividi e tenerezza che tornano a galla dai racconti dei nostri padri. E il ritrovato stupore conico della prima centrale nucleare europea: quella di Latina.

Nella Zuppa di Ferrario i vecchi formati si snodano tra colore e bianco e nero rincorrendosi in una breve ma ricca antologia filmica e concreta. Piena di memoria. Testimonianza, monito, fierezza, rimpianto e soddisfazione insieme sono solo alcune delle sensazioni che il regista suscita attraverso il suo montaggio con una signorilità visiva e critica fuori dal comune. Sono sempre momenti felici, quelli che fanno schizzar via la banalità di un’idea, o della prevedibilità nello svilupparla, quelli in cui un documentario diventa strumento conoscitivo, d’intrattenimento e riflessione insieme, mantenendo alte la qualità estetica e la capacità di rapire il pubblico anche con storie di un passato impolverato, ma imprescindibile.