Provaci ancora Mario Martone. Inutile girarci attorno alla 71esima Mostra del Cinema di Venezia è approdato il Leone d’Oro 2014. Il Giovane Favoloso, film di due ore e 20 minuti su Giacomo Leopardi – presentato in Concorso – rischia di far saltare il banco in un Lido piombato improvvisamente in un’atmosfera autunnale di pioggia e nuvole. Tanti gli applausi in sala dopo la proiezione ufficiale, più che positivo l’approccio della critica, per il secondo tassello di quello che il 55enne regista napoletano definisce dopo Noi Credevamo il “cantiere Ottocento”. Una decina gli anni di lavoro dedicati ad un periodo storico spesso bistrattato dal cinema italiano che Martone torna a rappresentare questa volta nelle prime tre decadi proprio quando il favoloso e precoce poeta di Recanati – nato nel 1798 e poi morto nel 1838 a Napoli – cresce tra due amati fratelli, il padre conte severo, la madre anaffettiva e ciecamente religiosa; fugge lontano dall'”ermo colle” de L’Infinito rifuggendo al mestiere di cardinale; e vive in compagnia dello scrittore Antonio Ranieri tra Firenze, Roma e Napoli.

“Leopardi sente da subito tutte le gabbie che nella vita di ciascuno di noi si formano: la famiglia, la scuola, la società, la cultura, la politica – spiega Mario Martone durante la conferenza stampa – ma non viene a patti e non indossa la maschera dell’ipocrisia dominante. E’ a suo modo un ribelle e soffre il prezzo di questa scelta, ma è grazie a questa spinta che trova la forza per rompere le gabbie che lo attorniano. Ognuno di noi vive la costrizione di queste gabbie e quindi chiunque anche non conoscendo i poemi di Leopardi sente il mio personaggio nell’anima e nel cuore”.

Un effetto di empatia merito anche di un’altra prova insuperabile d’attore di Elio Germano che interpreta il poeta. Ingobbito, tremolante, in alcuni momenti perfino agonizzante, l’attore romano si carica addosso il peso di una vita, come quella di Leopardi, esteriormente fragilissima ma spiritualmente energica ed inesauribile: “Ho studiato il personaggio per 4 mesi ed interpretarlo è stato un lusso. C’è stato perfino un momento in cui a Recanati abbiamo visto una statua con la gobba sotto la spalla destra del nostro e non sotto quella sinistra come abbiamo poi fatto nel film e ci siamo allarmati”, racconta con ironia Germano. Un testo densissimo, quello scritto da Martone e della moglie Ippolita di Majo, tutto basato su lettere scritte e ricevute da Leopardi e dalle sue opere: “Abbiamo preso questa decisione etica ed estetica – continua Martone – ci è sembrato che questi documenti bastassero per raccontarlo e che il film non necessitasse nostre aggiunte. Poi abbiamo lasciato aperte alcune soglie di mistero in modo che lo spettatore si sentisse libero nel viaggio per interpretarle. Le potevamo superare invece le abbiamo lasciate lì, vive”.

Tra queste ‘soglie’ emerge anche la latente omosessualità di Leopardi che si esplicita nell’amicizia molto discussa con Antonio Ranieri, il fumantino patriota napoletano che accompagnerà l’amico dal 1831 fino alla sua morte nel ’37: “L’unica invenzione narrativa tratta da un saggio di Enzo Moscato che ci siamo presi è nella scena del lupanare quando Leopardi portato lì dall’amico Ranieri va in stanza con un ermafrodito. Anche se storicamente Ranieri sostenne che Leopardi morì casto”. Il Giovane Favoloso è suddiviso in tre quadri contigui e compenetranti tra l’isolamento e le costrizioni di Recanati; i primi piaceri a Firenze; e infine la Napoli ancora selvaggia e naturale (“indiana”, la definisce Martone), travolta dal colera e dell’eruzione del Vesuvio, la parte forse più congeniale per un Martone che, assieme al fido Renato Berta alla fotografia, Iacopo Quadri al montaggio e al dj berlinese Sascha Ring alle musiche, filma senza dare una pausa per respirare, dentro a quell’infinita sofferenza e luce leopardiana che spira osservando il cosmo, una ginestra, la fiamma della vita: “E’ lì immerso nella natura senza più nulla da perdere che il pensiero di Leopardi s’innalza. E’ lì che il rapporto tra scrittura e corpo raggiunge quella temperatura umana e ribelle che arriva fino allo spettatore di oggi”.