“The show must go on” – lo spettacolo deve continuare – cantano i Queen in un memorabile e struggente brano pubblicato a poche settimane dalla scomparsa di Freddie Mercury del quale è stato, a lungo, considerato – a torto – una sorta di testamento spirituale.

Parole e note, quelle di The show must go on che, evidentemente, non condivide Gabry Ponte – noto [o almeno così dice chi segue le cose della televisione, ndr] – dj, membro degli Eiffel 65 e produttore musicale, lanciato da Maria De Filippi che lo ha voluto tra i giurati del suo “Amici”, il quale nei giorni scorsi dopo aver incassato 10 mila euro oltre le spese di viaggio dall’ente di promozione turistica di Civitella del Tronto, in Abruzzo, visto che il pubblico era al di sotto delle sue aspettative, ha deciso di fare i bagagli e ritornare a casa senza esibirsi e, naturalmente, trattenendo il compenso.

Ma la storia è già stata raccontata qui e, forse, meriterebbe di essere archiviata come una delle tante storie dei capricci del “divo di turno” – o di chi si sente tale – rispetto alle quali il meglio che si può fare e non parlarne affatto in modo da evitare di fare immeritata pubblicità a chi, evidentemente, non la merita.

Ciò che, però, rende odiosa questa vicenda e impone, al contrario, di parlarne e di continuare a farlo ancora a lungo è ciò che è accaduto subito dopo la fuga notturna di Ponte da Civitella.

Vera Tv Abruzzo – una Televisione locale – racconta, infatti, la storia ai suoi telespettattori nel corso del suo Tg, in un servizio di una manciata di minuti, montato con immagini e, pare, qualche estratto musicale di precedenti esibizioni di Ponte. Il video viene caricato su YouTube, inizia a girare, il link è twittato e le immagini sono condivise nel mondo social, quello popolato dai fans di Ponte.

Lo staff del “divo”, a questo punto, evidentemente, teme l’autogol: dopo aver sottratto Ponte ad un’esibizione davanti ad un pubblico ritenuto troppo “modesto” per le grandeur del giovane Gabry, gli utenti di Facebook e Twitter gli stanno dando ciò che probabilmente merita ovvero una lezione di educazione, etica e buone maniere. Ed è qui che, a qualcuno dello staff, deve venire il colpo di genio: segnalare a YouTube ed in ogni dove il carattere illecito, per violazione del diritto d’autore, del servizio giornalistico di Vera Tv Abruzzo.

Ponte segnala e YouTube rimuove, senza colpo ferire perché, nel clima di terrore da violazione dei diritti d’autore che si è instaurato nel nostro Paese, ovviamente un intermediario della comunicazione come YouTube davanti all’alternativa tra vedersi trascinato in giudizio da Gabry Ponte o rimuovere un video che non ha mai assunto alcun obbligo giuridico a pubblicare, preferirà sempre rimuovere il video.

Nello spazio di poche ore il video scompare dal web o, almeno, dalle piste più battute del web. Ma non basta. Nelle ore successive, Antonio D’Amore, Direttore di Vera Tv, sentendosi – e a ragione – offeso nella sua dignità di giornalista e percependo quanto avvenuto – ed ha ancora una volta ragione – come una gravissima lesione della libertà di informazione, decide di firmare un editoriale nel quale racconta la storia e denuncia la censura. Questa volta c’è solo il suo volto e le sue parole, niente musica di Ponte e niente immagini del “divo”.

La storia, però, si ripete. Il video viene caricato su YouTube e nello spazio di poche ore, rimosso ancora, sempre su segnalazione dello staff di Ponte.

E’ possibile che tutto questo accada in Italia? Non c’è diritto d’autore che tenga, quanto accaduto si chiama “censura”. Nel primo caso – quello del servizio giornalistico contenente qualche sua immagine ed un estratto di un suo brano – Gabry Ponte ha evidentemente abusato dei suoi diritti d’autore ovvero li ha esercitati al solo fine di evitare che si parlasse – giustamente – male di una sua assai poco nobile impresa. Nel secondo caso, lo staff di Ponte, deve, addirittura, aver mentito a YouTube, segnalando che il video con l’editoriale del direttore di Vera Tv, violava i diritti d’autore mentre, evidentemente, così non era.

Vien voglia di far salire sul banco degli imputati Google, proprietaria di YouTube prima e il diritto d’autore poi, contestando ad entrambi l’aver provato centinaia di migliaia di cittadini italiani della libertà di accedere ad un’informazione di pubblico interesse in aperta violazione della nostra Costituzione e prima ancora della dichiarazione dei diritti dell’uomo, datata addirittura 1789. Ma si sbaglierebbe. Il diritto d’autore e YouTube non c’entrano. La colpa è nostra e, naturalmente, di Gabry Ponte.

Nostra – in senso diffuso – per aver consentito senza ribellarci – o ribellandoci troppo poco – che, anno dopo anno, si affermassero online regole e principi che sono la negazione palese di diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino acquisiti da oltre due secoli e del “divo di turno” che ha si è approfittato della situazione, a proprio uso e consumo, a tutela non dei suoi diritti d’autore, ma di un curioso diritto – assolutamente inesistente nell’ordinamento – a che altri non parlino male di lui, neppure quando lui ha torto e li altri ragione.

Questa volta ad essere censurata è stata una brutta storia di malcostume e mancanza di buone maniere, una storia di mezza estate, certamente importante – come lo è ogni storia – ma non determinante per l’equilibrio democratico del Paese ma domani potrebbe toccare – ed in realtà è già capitato con relativa frequenza – attraverso le stesse dinamiche, ad una storia che anziché Gabry Ponte – figlio dell’italico tele-comando – riguardi chissà quale rappresentante delle istituzioni.

E allora? Che faremo? Assisteremo in silenzio a che “pezzi” di informazione libera, elementi preziosi per la nostra democrazia, vengano censurati, perché qualcuno abusa del proprio diritto d’autore e qualcun altro glielo lascia fare perché fa impresa in un Paese nel quale se si viola il diritto d’autore di una persona si finisce in tribunale mentre se si viola la libertà di informazione di milioni di cittadini non succede assolutamente nulla?

Dobbiamo cambiar rotta e farlo in fretta. La carta dei diritti e doveri di internet alla quale sta lavorando Stefano Rodotà nell’ambito della Commissione istituita dalla Presidente della Camera dei Deputati è la strada giusta.