La Cassa depositi e prestiti è protagonista di un insolito attivismo estivo. E, con l’obiettivo di aprirsi ai capitali stranieri, sta strizzando l’occhio ai fondi sovrani più liquidi del globo. Nell’ambito della trattativa per la cessione da parte di Cdp del 35% di Cdp Reti al colosso cinese State Grid perfezionata giovedì, è stato per esempio siglato un memorandum con China development bank per promuovere gli investimenti del Dragone in Italia. Mentre la China investment corporation (Cic), il quarto veicolo di investimento pubblico al mondo, ha invitato il presidente del gruppo Franco Bassanini ad aprire in Cina un ufficio permanente. Quello della Cdp è un “corteggiamento” quanto mai necessario, visto che l’Italia è fanalino di coda in Europa per investimenti da parte di questi grandi attori globali che hanno in pancia capitali per oltre 6.600 miliardi di dollari. 

L’accordo tra il Fondo strategico e Kuwait investment authority – Luglio si era aperto invece con la conferma della definizione dell’accordo tra la Kuwait investment authority (Kia), sesto fondo sovrano del pianeta a cui affluiscono principalmente i ricavi derivanti dall’estrazione del petrolio dello Stato del Kuwait, e il Fondo strategico italiano (Fsi), ente partecipato all’80% da Cassa depositi e prestiti e al 20% dalla Banca d’Italia, per la costituzione di una nuova società denominata Fsi Investimenti, detenuta al 77% da Fsi e al 23% da Kia, che avrà a disposizione complessivi 2,18 miliardi di euro da investire nella crescita delle aziende italiane. Il Fondo strategico italiano è nato nel 2011, sull’onda (emotiva) dell’acquisto di Parmalat da parte di Lactalis, di Bulgari da parte di Lvmh e durante le trattative per l’acquisto di Edison da parte di Edf. L’obiettivo di questo strumento era inizialmente quello di arginare l’arrivo straniero nel Belpaese difendendo l’italianità delle nostre eccellenze. Ma, vista la necessità di reperire liquidità (ha al momento un capitale di 4,4 miliardi di euro), nel tempo è stato principalmente utilizzato come piattaforma per catalizzare gli investimenti esteri nel nostro Paese, in particolare di altri fondi sovrani. Qualche esempio? La joint venture con Qatar Holding da un miliardo a testa e l’accordo con il Fondo governativo russo Rdif per sostenere gli investimenti delle aziende attive nei due Paesi.

Dove vanno i fondi sovrani – Secondo gli ultimi dati diffusi dal Sovereign wealth funds institute (giugno 2014) a oggi si contano nel mondo circa un centinaio di soggetti, che allocano oltre 6.600 miliardi di dollari. Un mercato comunque molto concentrato: i primi cinque, cioè il Fondo pensione della Norvegia che beneficia del petrolio del Mare del Nord, l’Abu Dhabi investment authority, la saudita Sama foreign holdings, la Cic e la Safe di Pechino, detengono insieme oltre la metà del totale degli attivi. La definizione di fondo sovrano è ancora dibattuta e le varie scuole di pensiero li individuano utilizzando criteri diversi, dagli obiettivi alla fonte degli attivi fino alla struttura organizzativa e al grado di trasparenza. Il Sovereign Investment Lab dell’università Bocconi definisce nei suoi report un fondo sovrano come un veicolo di investimento controllato direttamente da uno Stato sovrano, gestito in maniera indipendente dalle altre istituzioni finanziarie e politiche, dove non predominano gli asset derivanti dalle pensioni, che investe in attività diverse cercando un ritorno commerciale e ha un significativo apporto di investimenti esteri. Secondo l’ultimo bollettino annuale diffuso nelle scorse settimane i fondi sovrani mondiali così definiti (il Fsi non vi rientra) sono alle prese con una “grande riallocazione”. Il valore dei patrimoni investiti continua a crescere: ha raggiunto i 4.150 miliardi di dollari e a fine 2013 era superiore del 30% rispetto al valore che si registrava l’anno precedente. Ma questo è accaduto principalmente per effetto della ripresa dei mercati, che ha gonfiato i valori degli attivi detenuti.

Meno operazioni a causa dell’indebolimento degli emergenti e delle pressioni sui prezzi di petrolio e gas – L’erosione del vantaggio competitivo dei Paesi emergenti – Cina in primis – e la pressione sui prezzi degli idrocarburi determinata dallo shale gas nordamericano sono stati invece i due fenomeni che hanno provocato una riduzione del 35% (da 270 a 175) nel numero delle operazioni portate a termine nel 2013 e del 15% nel loro valore complessivo (da 58,4 a 50,1 miliardi di dollari). E questo ha determinato una forte ribilanciamento degli investimenti, che per la prima volta dall’inizio della crisi si sono diretti per il 65% nei Paesi Ocse mentre la quota arrivata nei Bric si è ridotta al 21%. C’è inoltre un chiaro cambio di direzione per quanto riguarda i settori di investimento: stando agli ultimi rumors il fondo norvegese intenderebbe portare la propria quota nell’immobiliare dall’1,2 al 5%, con una particolare attenzione ai progetti ecosostenibili. La cinese Cic, secondo quanto riportato dal Financial Times, vorrebbe invece concentrarsi nel prossimo futuro su agricoltura e food.

Le opportunità per l’Italia – Nonostante tutto l’Italia resta il fanalino di coda europeo. Eppure il nostro Paese secondo gli addetti ai lavori presenta caratteristiche favorevoli per questa classe di investitori: oltre all’andamento positivo di flussi verso l’Occidente, un buon appeal legato al made in Italy e una classe di imprenditori tra le più anziane del Continente (dunque alle prese con la successione generazionale) e poco aperta finora al mercato dei capitali. E anche i settori in prospettiva più interessanti per i sovereign wealth funds sono ben rappresentati nello Stivale: moda, immobiliare, turismo, alimentare (al netto di valutazioni etiche per i fondi di origine islamica). Mentre perde terreno la finanza, a lungo il target preferito dai fondi. La Banca d’Italia nel 2013 indicava la percentuale di investimenti in questo settore nel 65% del totale. Basti pensare alle quote dei fondi prima libici e poi di Abu Dhabi in Unicredit negli ultimi anni, tali da provocare terremoti alla governance dell’istituto. Mentre di minore impatto sono stati per ora gli investimenti nel manifatturiero (per esempio Mubadala, altro fondo di Abu Dhabi, ha recentemente acquisito il controllo totalitario di Piaggio Aero) e nell’immobiliare (segnaliamo le ultime operazioni del Qatar per l’area milanese di Porta Nuova e di Dorchester, riconducibile al Brunei, nell’Hotel Eden di Roma).

I problemi di sempre: scarsa tutela degli investitori, corruzione e burocrazia – Era il 4 febbraio di quest’anno ed Enrico Letta, premier in carica, tornava soddisfatto da un viaggio in Medio Oriente dopo aver strappato una promessa di investimento in Italia per 500 milioni di euro da parte della Kuwait investment authority. “Se il polmone finanziario del mondo decide di investire in Italia vuol dire che siamo affidabili”, dichiarava Letta. Dieci giorni dopo rassegnava le dimissioni. E così anche l’accordo, tutt’altro che chiuso, si è perso nelle nebbie, per essere recuperato come abbiamo visto nelle scorse settimane. Nonostante le ottime opportunità, l’Italia resta paludata nei suoi atavici problemi, a partire dall’instabilità politica. A dare ulteriori chiavi di lettura è per esempio un report della Consob, che già all’inizio del 2012 segnalava che è possibile “riscontrare l’esistenza di una correlazione tra, da un lato, l’operatività dei fondi sovrani in termini di numero di operazioni effettuate e relativo controvalore e, dall’altro lato, alcuni indicatori di qualità istituzionale. In particolare i fondi sovrani avrebbero diretto un maggior numero di operazioni ed un più elevato ammontare di risorse verso quelle economie caratterizzate da una più elevata qualità della regolamentazione d’impresa e, in particolare, da un ranking migliore nel grado di tutela degli investitori e nel rispetto dei contratti”. Qualche mese dopo l’Emiro del Qatar confermava all’allora premier Mario Monti come a scoraggiare gli investimenti nel nostro Paese fosse principalmente la corruzione. Mentre problematiche burocratiche hanno provocato il disamore verso l’Italia degli investitori di Singapore (tra questi il fondo Gic), attivissimi nei primi anni del terzo millennio. Da più parti le operazioni della Cdp e del Fsi vengono salutate con favore e senza dubbio rappresentano un buon trampolino. Per riacquistare centralità nello scacchiere globale ed evitare la marginalizzazione non basta però la monetizzazione dei nostri asset, ma occorre ancora lavorare sul sistema Paese.