Le autocitazioni sono sempre sgradevoli, come lo sono i “ve l’avevo detto”: tradiscono una insostenibile voglia di piccoli oracoli crescono. Ma questa volta mi tocca, e chissene del bon ton del bloggatore. Scrivevo giusto un anno fa, il 3 luglio 2013: “Una breve bretella potrà mettere direttamente in comunicazione la base con la pista di volo, così da rendere ipotizzabili nostrane operazioni dei velivoli Predator o Reaper teleguidati”. Il titolo del post era L’impero colpisce ancora: a Gibuti una base italiana dove svelavo che stavamo costruendo in gran segreto una base militare in quello scorcio d’Africa. L’inevitabile conferma di quella troppo facile previsione arriva ora: secondo la Rivista italiana di difesa, aerei italiani Predator a pilotaggio remoto sono stati infatti schierati a Gibuti.

Ufficialmente i Predator opereranno a favore di alcuni progetti infrastrutturali di sviluppo nell’ambito di una iniziativa congiunta dell’Unione europea e dell’Igad (Intergovernmental Authority on Development). Ma si sa, le notizie ufficiali, soprattutto quelle che vengono dai militari italiani, puzzano ancor prima dei fatidici tre giorni che di solito sono il periodo di grazia riservato agli ospiti. E dunque non mi stupirei se prossimamente scoprissimo che i Predator li stiamo anche utilizzando in operazioni militari “umanitarie” e di “sostegno alla pace”. D’altronde, l’Italia non ha forse dovuto aspettare il 1996 perché un ministro della Difesa ed ex capo di stato maggiore, Domenico Corcione, ammettesse finalmente che tra il 1935 e il 1936 le forze armate italiane gasarono gli etiopi con  iprite e fosgene, ma solo dopo che lo storico Angelo Del Boca e altri avevano dimostrato con documenti inoppugnabili le atrocità commesse dai militari italiani in Etiopia (c’è chi la chiama ancora Abissinia, fa tanta nostalgia cara lei).

D’accordo, non credo che vedremo tanto presto i gas. Ma, quando un’opinione pubblica è stata pasciuta a suon di caramelle e quaderni distribuiti negli asili afgani dai soldati di pace italiani, ci si deve aspettare di tutto. Che, d’altra parte, fossimo vicini alla completa operatività della base gibutina lo si era capito qualche giorno fa quando, sul sito dell’Aeronautica militare, era apparsa la notizia di un nuovo comandante della cosiddetta Base militare nazionale di supporto. Certo, un bel passo avanti: all’improvviso, la base-che-non-esiste non solo ha un nome ma anche un comandante. Per di più dell’Aeronautica, il colonnello Giuseppe Finocchiaro (il precedente, Stefano Antonicelli, in realtà comandava il reparto del Genio che la stava costruendo). Che il primo comandante “effettivo” fosse dell’Am mi aveva, devo dire, insospettito. Viste le gelosie tra stati maggiori, una base che avrebbe dovuto asseritamente (un bel burocratese ogni tanto ci sta) appoggiare i nuclei di protezione marittimi, comandata da un aviatore mi puzzava alquanto. Maddai, mi dissi, è solo una coincidenza, è una base interforze, era il turno dell’Aeronautica. Sbagliato: pensar male non solo è doveroso, ma qualche volta serve a capite cosa sta davvero succedendo. Evidentemente, se ci hanno messo un colonnello dell’Am è perché stavano per arrivare i Predator. E i Predator, così pare, sono davvero arrivati.

Comunque è strano: di questa presunta missione “civile” dei Predator non si ha nessuna notizia ufficiale. Neppure nel decreto missioni del secondo semestre 2014 (annunciato il 23 luglio dal bel Renzi, ma mai pubblicato né tanto meno inviato alla Camere) si trovano indizi di sorta. Eppure per il Corno d’Africa e annessi vi si stanziano oltre 17 milioni di euro e, pure per la prima volta, ci si dilunga a spiegare come funzionerà la base di Gibuti. Nella bozza che circola tra gli uffici governativi si dice che la base potrà ospitare 300 persone, di cui 63 permanenti. Gli altri 240 chi saranno? ‘Nunsacce.

Un’idea, a dire il vero, ce l’avrei. A settembre dello scorso anno gli statunitensi che operano nella base di Camp Lemonnier (contigua a quella italiana)  hanno dovuto trasferire le operazioni dei loro aerei senza pilota, identici a quelli italiani, per una serie di incidenti che hanno provocato grossi problemi al traffico aereo civile. Nei mesi scorsi c’erano state furiose polemiche per i rischi alla sicurezza che i velivoli senza pilota statunitensi comportavano. D’altronde, noi italiani lo sappiamo molto bene (Cermis docet). E non è che un pilota del Wyoming si comporti necessariamente meglio tra le sabbie del deserto piuttosto che tra i monti del Trentino. Anzi. Qualche aereo italiano ufficialmente in missione di pace può fare di nascosto anche un bel po’ di missioni di guerra. E, si sa, nei palazzi di Roma c’è un sacco di gente che farebbe qualsiasi cosa per fare un favore agli americani, F-35 compresi.