Copia Privata“Copia privata. Verità e bugie” è il titolo di un articolo a firma di Paolo Agoglia, direttore dell’ufficio legale della Siae, appena pubblicato su VivaVerdi, la rivista istituzionale della società.

E’ un titolo da “prendere in prestito” per provare, una volta di più, a far luce sulla vicenda del c.d. equo compenso per copia privata e sugli straordinari aumenti tariffari appena disposti dal ministro Dario Franceschini.

L’altro ieri, Luca Domenico Scordino, Consigliere di Gestione della Siae e già subcommissario dell’Ente, ha cortesemente risposto alle dieci domande che, nei giorni scorsi, avevo posto alla Società nel tentativo di capire dove finisce il fiume di denaro che, ogni anno, esce dalle tasche dei consumatori italiani alla volta dei forzieri della Siae e dove finirà quello ancor più consistente che sfocerà in Viale della Letteratura nei prossimi anni grazie agli umenti tariffari appena disposti.

Le risposte dell’avvocato Scordino, tuttavia, lasciano perplessi e non appaino né esaurienti, né, ed è quel che conta di più, veritiere e trasparenti.

Ma veniamo ai fatti.

Avevo chiesto alla Siae di chiarire quali siano i parametri attraverso i quali essa determina la percentuale di propria spettanza sugli oltre 150 milioni di euro – secondo le stime di Confindustria digitale – che, per i prossimi tre anni, incasserà annualmente a titolo di equo compenso per copia privata.

Il Consigliere di gestione della Siae, in sostanza [ndr la versione integrale delle sue risposte è disponibile qui] scrive che la Siae si limita a trattenere un “rimborso delle spese sostenute” per la gestione dei compensi in conformità a quanto previsto dalla legge e che l’ammontare di tale rimborso viene determinato di anno in anno, a prescindere da quanto complessivamente incassato dalla società.

Ecco una stralcio di quanto scrive Scordino, per evitare ogni fraintendimento: “Come è ovvio, la metodologia di calcolo delle spese sostenute da S.I.A.E. non muta al mutare dell’incasso. Non vedrei perché dovrebbe accadere.

E’ una risposta confortante ma, purtroppo, i numeri nei bilanci della Siae, relativi agli ultimi tre esercizi (2013, 2012 e 2011), raccontano una storia completamente diversa.

La Siae, infatti, negli ultimi tre anni ha trattenuto – a titolo dichiarato di “rimborso costi di gestione” – una percentuale inesorabilmente pari al 7% dell’importo complessivo incassato.

E’ esattamente il contrario di quanto scritto dall’avvocato Scordino secondo il quale le somme trattenute dalla Siae non sarebbero funzione degli importi complessivamente incassati.

Una percentuale fissa sul volume di equo compenso gestito, tuttavia, ha tutto il sapore della “provvigione” più che del rimborso dei costi di gestione che non v’è ragione di ritenere debbano variare in maniera direttamente proporzionale a quanto si incassa.

E, a ben vedere – ed a navigare con un po’ di pazienza tra le pieghe dei documenti firmati Siae – si scopre che, in effetti, la stessa società è, almeno confusa, circa la qualificazione da dare alla montagna di denaro che incassa e trattiene per sé ogni anno.

Nella relazione sulla trasparenza, meritoriamente pubblicata, per la prima volta, nel 2013, infatti, Siae scrive: “Si segnala che con specifico riguardo ai compensi di Copia Privata, la Siae è esclusivamente tenuta a recuperare i costi sostenuti e non applica provvigioni”.

Nella relazione al bilancio di esercizio 2012 [cfr. pag. 100], nel paragrafo dedicato alla copia privata, tuttavia, Siae scrive: “in termini reddituali, le provvigioni subiscono un calo pari a € 1 milione (-16,3%)”.

Eccola una prima verità difficilmente contestabile: la Siae, mentre chiede al ministro, nell’interesse degli autori ed editori italiani, di alzare le tariffe dell’equo compenso per copia privata, draga milioni e milioni di euro destinati a questi ultimi, facendoli confluire nei propri forzieri in presenza di una norma di legge che l’autorizza, invece, a trattenere solo ed esclusivamente un rimborso delle spese.

E’ il ministro Dario Franceschini, Autorità di vigilanza sulla Siae, che dovrebbe verificare quanto accade in Viale della Letteratura ed intervenire, disponendo, immediatamente, che la società ripartisca tra gli aventi diritto ogni centesimo in più sin qui trattenuto, in assenza di un’adeguata giustificazione e di qualsivoglia titolo.

Si tratta di milioni e milioni di euro che avrebbero dovuto finire nelle tasche degli autori e degli editori e che, invece, sono stati dragati dal mercato e rimasti ad arricchire i conti correnti della società autori ed editori.

E’ un autentico scandalo nello scandalo.

C’è poi – tra le tante – un’altra risposta del Consigliere Scordino che lascia perplessi.

Alla domanda relativa alla tempistica con la quale la Siae procede al riparto, tra gli aventi diritto, dell’incasso da equo compenso, l’avvocato Scordino risponde che Siae vi provvederebbe annualmente, attendendo, per insuperabili esigenze contabili, la fine del primo trimestre successivo a quello dell’anno in cui il compenso viene raccolto.

Quindici mesi per ripartire somme incassate trimestralmente, in effetti, sembrano tanti ma il punto non è questo.

Il punto è che a sfogliare i bilanci della Siae vien fuori che la Siae, chiude sistematicamente l’esercizio, con importi incassati a titolo di equo compenso da ripartire tra gli aventi diritto che, negli ultimi tre anni, non sono mai stati inferiori a 138 milioni di euro e che, nel 2013, hanno raggiunto la cifra record di oltre 151 milioni di euro.

La domanda che rimane senza risposta, dunque, è sempre la stessa: come è possibile che una società che incassa tra i 70 e gli 80 milioni di euro ogni anno, ripartendoli al massimo ogni 15 mesi, possa sistematicamente ritrovarsi con 140/150 milioni di euro in cassa?

I conti non tornano e i sospetti, legittimamente, si moltiplicano, specie se si tiene conto che dai ritardi nel riparto dei milioni di euro destinati agli autori ed agli editori, Siae guadagna milioni e milioni di euro in proventi finanziari.

Ce n’è, probabilmente, abbastanza per sentirsi almeno legittimati a dubitare della correttezza – che si tratti di poca informazione o di un tentativo di giustificare l’operato della propria società – delle risposte dell’avv. Scordino.

Ma non basta.

C’è ancora un’altra questione sulla quale le risposte del Consigliere Scordino lasciano interdetti.

Il Decreto Franceschini – così come d’altra parte il precedente Decreto Bondi – prevede che la Siae debba promuovere e gestire un sistema di rimborsi ed esenzioni in favore degli acquirenti – in particolare società, pubbliche amministrazioni e professionisti – che non dovrebbero pagare alcun equo compenso per copia privata perché acquistano supporti e dispositivi esclusivamente per uso professionale.

Avevo quindi chiesto a Siae di chiarire a quanto ammontino le cifre rimborsate e, in particolare, a quanto ammontino quelle rimborsate alle pubbliche amministrazioni italiane.

L’avvocato Scordino risponde che “i rimborsi non sono un fenomeno di per sé rilevante” e che prudenzialmente Siae accantona – e non è quindi detto che poi rimborsi davvero – circa 700 mila euro l’anno, ovvero briciole rispetto ai 70/80 milioni di euro sin qui incassati, destinati, ora, a divenire circa 150.

Quanto alla Pubblica Amministrazione, scrive Scordino: “La quasi totalità dei prodotti sono commercializzati senza l’applicazione del compenso. E ciò, per effetto delle esenzioni ex ante…”.

Una risposta confortante ma difficile, anche in questo caso, da conciliare con la circostanza che è la stessa Siae, sul proprio sito internet, a scrivere: “Poiché è ancora in corso la definizione di protocolli applicativi con i soggetti obbligati alla corresponsione del compenso per copia privata e/o con le loro associazioni, che potranno prevedere eventuali diverse modalità di esenzione, è tuttora vigente il sistema dei rimborsi di seguito esposto” ed a pubblicare un’apposita procedura attraverso la quale, le pubbliche amministrazioni, dopo aver pagato l’equo compenso, possono richiederne il rimborso.

Egualmente, d’altra parte, nell’apposita sezione del sito dedicata alle esenzioni in essere, non c’è traccia di alcuna esenzione relativa alle vendite alle pubbliche amministrazioni.

Il sito Siae non è aggiornato? Se così è basterebbe farlo, dando atto delle esenzioni in essere come previsto dalla legge che impone a Siae di “promuovere” i protocolli di esenzione.

Ma purtroppo non è così.

La verità è che Siae incassa assai di più di quanto dovrebbe, ovvero incassa milioni di euro a titolo di equo compenso per copia privata anche da soggetti dai quali non dovrebbe incassare un solo centesimo e lo fa consapevolmente, con l’alibi che, tali soggetti, se vorranno, potranno agire per chiedere il rimborso di quanto indebitamente versato.

La “confessione” è scritta, nero su bianco, nella relazione all’ultimo bilancio di esercizio della società italiana autori ed editori dove si spiega che alla voce “debiti per copia privata” sono inseriti, tra gli altri, oltre 28,5 milioni di euro “in quanto suscettibili di restituzione agli utilizzatori nel caso in cui dovesse essere richiesto il rimborso del compenso nelle ipotesi previste dalla normativa vigente”.

Ogni parola di più, sarebbe di troppo.

La Siae draga dal mercato e, persino, dal bilancio pubblico decine di milioni di euro che, in realtà, non ha alcun titolo per incassare.

Dove sono e che fanno le autorità – Presidenza del consiglio dei Ministri e ministro dei beni e delle attività culturali in testa – che dovrebbero vigilare sulla Siae?

L’avvocato Scordino, infine, mi pone cinque domande – anch’esse già pubblicate in versione integrale qui – che riguardano, essenzialmente l’andamento del mercato degli smartphone in Italia ed i prezzi praticati dai produttori di questi dispositivi nel nostro Paese.

Francamente non sono in grado di rispondere alle sue domande e non credo, comunque, che si tratti di questioni rilevanti: il punto non è, infatti, se e quanto meriti di essere difeso l’altrui modello di business ma quanto sia legittimo o illegittimo per Stato e para-Stato affondare le tasche nelle mani degli italiani.

Il Consigliere di Gestione della Siae mi chiede, infine, se la legge definisca l’equo compenso come una “tassa”. E’ una bella domanda alla quale preferisco rispondere con più calma e più spazio anziché in calce ad un post già troppo lungo.

Val la pena però di anticipare all’avvocato Scordino che sono i Giudici ad aver già definito l’equo compenso “una prestazione patrimoniale imposta” – e dunque qualcosa di assai simile alle tasse – e che, in ogni caso, l’equo compenso diviene “tassa” quando lo si incassa, come sta avvenendo, in assenza di qualsivoglia pregiudizio anche solo potenziale meritevole di essere indennizzato.

NOTA DI TRASPARENZA: assisterò Altroconsumo nel giudizio di impugnazione del Decreto Franceschini dinanzi ai Giudici amministrativi. Credo che numeri, cifre e fonti citati rendano il post obiettivo ma invito i lettori a tener conto di tale mio dichiarato potenziale conflitto d’interessi.