Un altro gioiello della vecchia imprenditoria italiana, l’Indesit, è stato venduto e va ad allungare la lista degli ex made in Italy: Valentino, Poltrona Frau, Bulgari, Ducati, Parmalat e così via. Secondo la Coldiretti nel 2014 si sono già verificate acquisizioni di marchi italiani per un valore di 2 miliardi di euro. Se continuiamo di questo passo rimarrà poco o nulla del vecchio patrimonio industriale in mano italiana.

L’americana Whirlpool è riuscita a strappare agli altri contendenti, imprese cinesi e turche, l’Indesit aggiudicandosene il 60 per cento per la modica somma di 758 milioni di euro. Modica perché l’Indesit è stata, e può tornare ad essere, un vero gigante industriale. Fondata nel 1930 da Aristide Merloni, l’Indesit divenne un’impresa internazionale – che in materia di lavatrici, frigoriferi e lavapiatti faceva concorrenza alle grandi aziende del nord come la Bosch – durante gli anni del boom economico italiano, grazie al figlio Vittorio.
Oggi la Whirlpool vuole potenziarne le vendite e farla tornare ad essere una grande impresa mondiale.

La domanda che viene spontaneo chiedersi è come mai la famiglia Merloni non lo ha fatto. E la risposta è quella che tutti si aspettano: manca il contante perché l’economia italiana è in fase di contrazione da almeno cinque anni, se a questo aggiungiamo l’apprezzamento dell’euro è facile intuire il motivo per cui la domanda interna ed estera sono anch’esse in costante contrazione.

Si torna insomma alla questione dell’euro, moneta troppo forte per l’economia italiana, ed alla politica di austerità che ha ulteriormente depresso quest’ultima. Dal 2010 non si parla d’altro, ma adesso, a distanza di quattro anni i risultati negativi di questi fattori iniziano a vedersi non solo a casa nostra ma anche all’estero.

La Francia, patria della seconda economia di Eurolandia, inizia a manifestare gli stessi sintomi della nostra economia. A differenza dei governi nostrani, però, quello francese ha chiaramente espresso le sue critiche nei confronti di una moneta troppo forte ed ha chiesto una politica monetaria espansiva, in altre parole bisogna iniziare a stampare moneta e la Banca centrale europea deve usarla per acquistare i buoni del tesoro dei paesi membri più in crisi.

Matteo Renzi ha anche lui alzato la voce a riguardo ma non in relazione alla politica della BCE né ai mali dell’Euro, che da noi continua ad essere una sorta di sacro Graal, piuttosto chiede alla Merkel di far marcia indietro nei riguardo alle riforme austere imposte all’Unione dal 2010, ad esempio il fiscal compact.  

Purtroppo Renzi ed i cosiddetti renziani non si rendono conto, come invece i francesi, che il problema non è perseguire politiche di austerità in casa ed allo stesso tempo far ripartire l’economia, ma tenersi una moneta che non rispecchia le esigenze economiche nazionali ma quelle di altre nazioni, in primis la Germania.

Questa settimana il presidente ed il vice-presidente della Bundesbank hanno criticato Mario Draghi perché la politica monetaria della BCE è troppo espansiva, esattamente l’opposto di quanto affermano i francesi, ai tedeschi i tassi bassi non vanno a genio e vorrebbero tassi più alti. Ed hanno aggiunto che l’euro non è sopravvalutato rispetto alle altre monete forti, infatti alla Germania questo cambio va benissimo.

E’ chiaro che nel momento in cui le economie di Eurolandia hanno iniziato a divergere i problemi della moneta unica e dei tassi hanno iniziato a farsi sentire non solo nelle economie in crisi ma anche in quelle che ancora non lo sono. Chi vincerà questo nuovo tiro alla corda? La risposta la conosciamo bene.